La notte più lunga

 

Il boma mi prende la testa, è una botta di quelle che ti arrivano mentre guardi altrove e il tuo corpo ignaro non ha nulla di pronto a riceverla, come se ci potesse essere un modo per prepararsi ad un K.O.

Sono sul ring, respiro l’odore di plastica del tappeto bagnato di sudore, la bocca sa di ferro, sento la voce del maresciallo: «Alzati Sandro, stai su». Chiudo gli occhi, resta un fischio lungo dall’orecchio sinistro. Mi spunta un sorriso laterale, non è stato sufficiente stavolta l’allenamento fatto di scazzottate alle feste. Il sergente Brando, il professionista, mi ha riempito di botte. È lui a segnare la fine della mia carriera pugilistica nell’Arma. «Colpi così forti non ne voglio prendere più», prometto, mentre il braccio di Brando viene levato in alto dall’arbitro.

Alzo gli occhi, intorno a me tutto è fuori controllo, un senso di vertigine, non indugio nel dolore. Chino la testa per respirare. Piove. Tra cielo e mare ora mi affoga il cielo. Il vento è girato a nordest soffiando burrasca stabile, le onde invadono il pozzetto. È notte, i lampi illuminano le nubi basse. La vedo arrivare, è carica, la vela principale è strappata, il vento gira di quindici gradi e le vele ancora tese portano la barca a orzare veloce nella sua direzione. Il primo tuffo sommerge la prua. Non posso mollare il timone, i muscoli tesi, i crampi alle mani, non mollo, mi aggrappo. «Se non si ribalta, ce la faccio».

Afferro il volante, mi sento rigido come un pilone. «Ma tu lo sai guidare il camion?» Salvatore mi guarda con l’aria di chi sa già la risposta. Capisco che non posso barare troppo, che se voglio il lavoro non posso prenderlo in giro. «In caserma mi è capitato». Sorride. «Sali e metti in moto». Le marce grattano da chiudere la gola. Salvatore con nonchalance mi da due o tre indicazioni. Avanzo cercando di dissimulare l’incertezza dei movimenti, il camion procede, riesco a fare manovra. «Senti Sandro, ma perché hai lasciato i Carabinieri?». Tiro un respiro. «Quando sono uscito dalla squadra di pugilato dell’Arma mi hanno mandato qui a Montichiari, e a dirla tutta mi ritrovavo più spesso a potare aiuole che a garantire l’ordine pubblico». Salvatore annuisce. «Sei uno sveglio, dirò al capo che sei un buon autista, ma le prime uscite le facciamo insieme». Mi allunga una pacca sulla spalla, io lo guardo dritto negli occhi. «Non ti deluderò».

Il vento sembra volermi strappare dalla presa sul timone per buttarmi in mare, ma sono inchiodato, con gli occhi fissi sulla schiuma bianca che sbatte sul lato destro della chiglia, piego di quarantacinque gradi. Gli stralci della vela strappata schiaffeggiano l’albero. È tra le tele più resistenti al mondo. «Se non si ribalta ce la faccio».

Mi sono preparato il discorso un milione di volte, mi ha aiutato anche Marisa. Incontro il capo e le sole parole che riesco a dire sono «Che ne dici se anziché guidare il camion provo a venderti un po’ di stoffa?». Gaetano mi guarda di traverso. «Che c’è, ti sei stancato di fare l’autista? Sei uno in gamba, Sandro, ma, perdonami, tu non distingui il cotone dalla seta». Mi sfida. «Dammi fiducia, imparo in fretta». «Ok», mi risponde, «proviamoci». Corro da Marisa, la vedo dalle vetrine del negozio, sta sistemando gli scaffali, la abbraccio da dietro. «Sei pronta a farmi da maestra?». Trascorriamo giorni a toccare, catalogare, prezzare le stoffe più disparate. Mi interroga, ed io mi sento come alle elementari quando mi chiedevano le tabelline a salti. Quell’anno vendo merce per un miliardo. Ogni anno il fatturato aumenta, i clienti sono sempre di più, «sono nato per questo» .

Sento il giubbotto di salvataggio sempre più pesante, la notte sembra non finire mai. Trovo il modo di incastrarmi tra la panchina e il tavolo, quasi non respiro, ma lì in mezzo posso permettermi di poggiare il peso del corpo per rilassare le gambe, frazioni di secondo, ma sono sufficienti a darmi tregua. Il portellone della cuccetta sbatte, l’ultimo colpo la scardina. «Se non si ribalta ce la faccio».

«Se la pensi così, continua pure senza di me». Sono le ultime parole che rivolgo a Gaetano prima di chiudere violentemente la porta alle mie spalle. La nostra conversazione è durata ben poco. Mi sono seduto di fronte a lui. «Ho un po’ di idee per innovare, ho trovato nuovi fornitori, stoffe eccezionali, si tratta di fare un investimento, ma sono certo che i nostri clienti ci seguiranno, sarebbe un salto di qualità altissimo». Gaetano ha scostato la sedia dalla scrivania, si è alzato in piedi e poggiato le mani sul tavolo «Sandro, mi è sempre piaciuto il tuo spirito d’iniziativa, ma ascoltami bene, tu saresti in grado di vendere anche fango, di che ti preoccupi?, stai sereno». Mentre mi allontano sento solo l’eco del suo «Te ne pentirai». Cammino veloce, digito il numero di Marisa. «Sei pronta a venire via con me?». Lei mi risponde senza esitazione. «Sempre». La nostra impresa nasce in un garage riadattato in magazzino, con un piccolo Ducato al posto di un tir. Non mi sono mai sentito più felice.

Tutti i viveri e i pochi vestiti sono sparsi sul ponte. La stiva è colma di detriti, allungo un braccio per salvare il bidone pieno d’acqua. L’ennesima onda lo spinge lontano nel momento in cui lo sfioro. Ho la gola secca di sale e gli occhi che bruciano. Mi guardo intorno come per cercarti. Marisa. «Se non si ribalta ce la faccio».

«Stavolta non mi vuoi come marinaio?». Marisa piega la testa di lato. «No, questa traversata la faccio da solo, è troppo lunga e se non ti trovano in negozio le clienti si rattristano, lo sai». È vero, Marisa è sempre riuscita a far sentire tutti accolti e coccolati. Gaetano doveva a lei una buona parte del guadagno. E quando abbiamo iniziato da soli ha fatto viaggiare il fatturato del nostro piccolo punto vendita come il PIL della Cina. Lei sorride «Sei sicuro di cavartela? Non hai mai fatto un viaggio così da solo». Gonfio il petto e alzo il mento. «Lo sai che imparo in fretta». Lei abbassa lo sguardo. «Promettimi che starai attento e che tornerai». «Te lo giuro», rispondo senza tentennamenti.

Se fosse stata qui, la burrasca me l’avrebbe strappato, il mio marinaio. Visualizzo la nostra casa calda, ci penso per portarmi fortuna. Marisa farebbe così. Si comporterebbe come se questa tempesta fosse già finita, e così il brutto sarebbe già passato. «Se non si ribalta ce la faccio».

«Vedrai che qualcuno arriverà, Sandro». Il magazzino è stracolmo di chilometri di fodere e di stoffa che per i nostri clienti non è interessante. Non c’è spazio per muoversi, e finché non lo liberiamo non possiamo pensare di acquistare nuovi  tessuti. Marisa mantiene la fiducia. «Ne arriverà uno dall’estero, me lo sento». Tre giorni dopo, un’auto con una targa sconosciuta parcheggia di fronte al piazzale. Si chiama Franco, viene dalla Croazia. Ci racconta della guerra che ancora devasta il suo paese. Quando scorge le fodere è entusiasta, per non parlare di quella stoffa «in più». Vuole tutto. Col suo accento strano ci dice: «Sandro ho solo cinquecentomila lire, ma ti restituisco tutto ciò che manca, torno presto». Io e Marisa ci guardiamo, quello sguardo è la risposta muta alle nostre domande importanti. L’uomo parte con tutta la merce. Dopo un mese torna coi soldi e l’intenzione di comprare cinque volte di più. Marisa è potente quando desidera fortissimo.

Il motore è andato, il pozzetto è colmo d’acqua, il satellitare è in avaria. Sento che questa è la regata della mia vita, quella in cui competo con la forza della natura, con la mia paura. Ho sempre trovato il modo, la via d’uscita, ma mi sento stanco. Ne arriva un’altra, afferro il lungo cavo d’acciaio e mi attacco agli ormeggi. Il timone lo sento ballare, sta per staccarsi, devo metterlo in sicurezza. Tento di fermare la base, sbatto la schiena contro la randa, la pioggia mi offusca la vista, il cavo scorre veloce tra le mani, mi apre i palmi. Sangue. Urlo forte, ma la voce non arriva neanche alle mie orecchie. Il frastuono della tempesta invade tutto. Istintivamente guardo l’orologio che tengo sempre al polso. Il tempo non passa mai. «Se non si ribalta ce la faccio».

Stiamo sotto l’Hotel Baglioni per un tempo imperdonabile. Aspettiamo senza guardare le lancette. Zintra viene dalla Russia ed è la cliente più importante che abbiamo agganciato da quando ci siamo messi in proprio. Quando sale in macchina una scia di profumo accompagna la figura elegante e altera. La accompagniamo nel magazzino, gira tra le stoffe, le tocca come farebbe una mamma che accarezza il figlio addormentato. Chi ama i tessuti è così, si perde al contatto con consistenze e pesi diversi, si inebria dei colori e dell’energia che sprigionano. Zintra capisce che si trova al sicuro, che qui c’è un amore condiviso per ogni pezzatura. Fino alle due del mattino si aggira in piena trance tra gli scaffali, indicando tutto ciò che vuol portare via con sé. Io e Marisa la seguiamo, dissimulando l’esaltazione. Acquista per settanta milioni di lire. «I confini si sono aperti. Diventiamo internazionali». Sono le ultime parole che farfuglio prima di crollare nel sonno del giusto.

Il vento ha raggiunto i cinquanta nodi, lo scafo è pieno di falle. Non mollo, ho giurato. Arriva da poppa, sbatto la faccia sul timone, la presa è troppo debole per quel mostro di dodici metri. Sono in acqua. Guardo la barca, è ancora vicina, la spalla destra è fuori uso, devo risalire, le gambe sono pesanti, devo risalire, allungo il braccio sinistro verso la scaletta ancora agganciata a una grossa vite, devo risalire. L’ultima spinta, l’acqua mi invade la gola, non respiro, devo risalire, mi sfugge la presa, devo risalire.

«Marisa, non ci crederai, la cliente lèttone ha comprato un tir di accessori». Lei ride, la sua risata è una promessa di cose felici. Non lo sa, ma la prima volta che l’ho udita ho pensato «Questo suono lo voglio sentire per tutta la vita». Mi abbraccia. «Ti devo dire una cosa». La scosto. «Sono pronto». Lei cambia tono, si fa seria. «Mi sento una cosa. Sento che stai per diventare padre». La sollevo, stringendola fra le braccia. La sento tremare. Non ci diciamo niente, stiamo così, per un tempo che non so.

Un’altra spinta, aggancio il braccio alla cima del salvagente assicurato sul lato destro. Un’altra botta, al fianco. Travi spezzate mi feriscono attraverso la giacca. Risalgo.

«Se non si ribalta ce la faccio».

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