L’armatore di Castrum Caralis

 

Personaggi:

EME TARAS

LEONE TARAS, il padre

DONNA GINEVRA, la madre

DIEGO, RICCARDO E ALDINA TARAS, i fratelli di Eme

MARISEL, la serva

CADELLO, il capitano

IUSUF AL SAFIR, nobile di Làntia

GINEVRA, la figlia di Eme (neonata e ragazza)

PERSEU, armatore di Castrum Caralis

MALHAT, intendente di Opelia

CASSITTA, il consigliere di Leone Taras

ANSELMO, TOMMASO, GERVASO, e altri marinai

Un messo, un cancelliere, alcuni soldati.

 

La storia è ambientata a Castrum Caralis, ai primi del Seicento.

 

Scena Prima

La sala da pranzo di una lussuosa villa. In scena, la madre (Donna Ginevra), i tre fratelli (Diego, Riccardo e Aldina) e Marisel, la serva.

DONNA GINEVRA: (al pubblico) Mio marito Leo sta per rientrare, e la più piccola, Eme, ancora non si vede. Se non la trova a tavola, seduta al suo posto, temo sarà un’altra notte di tempesta. È così irrequieta e volitiva! È tanto simile al padre che questa casa, grande per un esercito, è troppo piccola per contenere entrambi!

ALDINA: Madre, non datevi pena. Vedrete che nostro padre arriverà di buonumore, e tutto si risolverà con un lieto desinare.

RICCARDO: Di buonumore? Sorella, è come dire che il sole nasce a mezzanotte.

DIEGO: Madre, se non temessi di tradire il voto che v’ho fatto, darei io una lezione a quell’impertinente!

RICCARDO: Tu? L’ultima volta era lei che t’inseguiva e tu che scappavi.

DIEGO: Bugiardo! Noi due faremo i conti quando nostro padre sarà qui.

RICCARDO: Ecco: il ruolo di spia ti s’addice.

DONNA GINEVRA: Non litigate, vi scongiuro. Ah! Quanto vorrei che in questa casa regnasse l’armonia e la pace! Siete diventati grandi, ma non più assennati! Lo so: morirò di crepacuore, e quel giorno mi rimpiangerete, perché nessuno nasconderà a vostro padre le disubbidienze.

ALDINA: Non ditelo nemmeno per scherzo, madre! Quel giorno sarà lontanissimo, e arriverà quando tutti e quattro saremo pronti a lasciare questa casa.

Entra Leone Taras.

LEONE: Quel giorno non arriverà mai troppo tardi. Nel frattempo siete ancora tutti qui, a nutrirvi e vestirvi a mie spese.

DONNA GINEVRA: Bentornato, marito mio! Com’è andata la tua giornata? Hai concluso buoni affari?

LEONE: (ai figli, con sprezzo) Cosa vi trattiene? Vi serve una lettera ufficiale? Raccogliete i vostri stracci e varcate quella soglia. Siete grandi per vivere del vostro. Quattro pasti risparmiati, quattro pasti guadagnati. Chi è il primo? Tu, Principessa del Nonposso? O tu, Barone del Lamento? Oppure tu, Conte dello Sbafo?

I figli guardano in terra.

DONNA GINEVRA: Non avvelenarti, caro. La cena è pronta, non c’è che da sedersi in tavola e rallegrarsi, ché anche oggi il buon Dio non ci ha fatto mancare niente.

LEONE: Non Dio, ma il sottoscritto. (alla serva) Tu, portami del vino. E i miei sandali. (alla moglie) E tu procura di tenere a bada la marmaglia, così che al mio rientro non debba sentire gli asini ragliare. Ho troppi pensieri per la testa per occuparmi anche dei tuoi figli. (li conta) Uno, due, tre. Ah! La Regina degli Oppressi è assente anche stasera, vedo.

DIEGO: È così, padre. L’avevo avvisata, ma non mi ha dato ascolto: fa sempre ciò che vuole. Fossi in te le impartirei una lezione.

LEONE: Vuoi insegnarmi come educare i miei figli?

DIEGO: Certo che no, padre. Vi chiedo perdono.

LEONE: Portate via il piatto. Oggi la regina digiunerà.

La serva porta via il piatto.

LEONE: E ora mangiamo in silenzio. E se qualcuno ha da parlare, che sia una cosa seria.

Eme entra in scena.

EME: Buona sera, perdonate il ritardo. Il maestro ci ha trattenute a fine lezione.

DIEGO: Non è vero! Eri a spasso con le amiche!

Tutti guardano Leone, che è chino sul piatto e non batte ciglio. Eme bacia la madre e siede al suo posto. Donna Ginevra sta per alzarsi, ma Leone la ferma.

LEONE: La locanda chiude alle otto.

EME: Bene. Andrò in cucina a preparare qualcosa.

LEONE: Se t’alzi da quella sedia giuro che la faccio bruciare.

EME: Mangerò in piedi.

LEONE: Dovrai farlo senza piatti e senza posate, come l’animale che sei.

EME: Ho cambiato idea. Non ho più fame. Mi ritirerò nella mia stanza.

LEONE: E dato che ci sei, osserva la consegna per tre giorni.

EME: Ne approfitterò per riposare.

Leone batte il pugno sul tavolo, e i commensali sussultano.

LEONE: Smetti di rispondere! Tutti obbediscono alle mie regole, e tu non fai eccezione! O quant’è vero Iddio uscirai da quella stanza solo da vecchia!

EME: Avrò tempo per riposare meglio.

LEONE: Basta! Quanto vorrei ancora foste alti ancora un metro per farvi assaggiare la mia cinghia! Sparisci!

EME: (sarcastica) Vi auguro buon appetito, signori.

Eme esce di scena.

DIEGO: Una punizione leggera, a mio parere.

LEONE: Vuoi farle compagnia?

DIEGO: Certo che no.

LEONE: Allora svuota il piatto e bada ai casi tuoi.

Tutti tornano a mangiare in silenzio.

 

Scena Seconda

Eme è nella sua stanza. Entra Marisel, furtiva, e reca con sé un involto.

MARISEL: (bisbiglia) Vostra madre m’ha incaricato di portarvi qualcosa da mangiare. Vi prego, fate in fretta e nascondete tutto. Questa povera schiena non è in grado di sopportare più frustate di quante ne abbia già patito.

EME: Grazie, Marisel. Sei un angelo.

MARISEL: Oggi lo avete fatto uscire dalla grazia di Dio.

EME: Quando mai quell’uomo è stato nella grazia di Dio? È un tiranno, un uomo senza cuore.

MARISEL: Non dite così. Avrà un brutto carattere – chi può negarlo? – ma non vi fa mancare niente.

EME: Oh, Marisel… A volte mi sembra che tu sia la bambina ed io la bambinaia. Ma non t’accorgi? Quell’uomo ci nutre come maiali all’ingrasso, e poi – una volta pasciuti – va in giro a vantarsi della sua abbondanza. E senza alcuno sforzo, poiché svuota le tasche dall’oro come un miserabile scuote la sabbia dai sandali. Usa il denaro come un guinzaglio, e l’allunga e l’accorcia a suo piacimento.

MARISEL: Fate come fanno i vostri fratelli: ubbidite in silenzio e godete dei privilegi della vostra ricchezza.

EME: Mai, finché sono viva. Appena si volta, slegherò il guinzaglio.

Entra in scena Ginevra, furtiva anche lei. Marisel esce.

DONNA GINEVRA: Anima mia. (si abbracciano)

EME: La misura è colma. Devo andar via da qui, quell’uomo mi avvelena la vita.

DONNA GINEVRA: Per andar dove? Tuo padre t’ha proibito di studiare in un’altra città, dove pensi di andare, senza un marito?

EME: Non ho bisogno di un marito. Lavorerò!

DONNA GINEVRA: Si opporrà, lo sai bene.

EME: Non ho bisogno del suo consenso. Andrò via da qui, dovessi mendicare sotto i portici di San Francesco.

DONNA GINEVRA: Cuore mio… ti guardo e stento a riconoscere la bimba che tenevo in braccio sino a ieri l’altro. So che non posso fermarti, sei più forte di me. Sei quella donna che non sono mai stata, né sarò mai, e ammiro la tua sete di libertà.

EME: Madre, dammi la tua benedizione. Ne ho bisogno.

DONNA GINEVRA: Lo sai che tutto ciò che fai, per me è fatto bene. Solo, sii prudente. Tuo padre può essere un nemico pericoloso.

EME: So essere pericolosa anch’io.

DONNA GINEVRA: Il giorno in cui andrai via da questa casa, verrà a mancarmi l’aria stessa.

EME: Anche se dovessi andare lontano, io non t’abbandonerò mai. Ogni volta che avrai bisogno di me mi troverai al tuo fianco.

Le due si abbracciano.

 

Scena Terza

Leone e Donna Ginevra sono nella stanza da letto. Lui è coricato, lei si acconcia per la notte.

DONNA GINEVRA: (al pubblico) Ho paura che Eme possa fare qualcosa di avventato. Quanto vorrei che restasse accanto a me! La sua presenza m’infonde coraggio. Potrei suggerire al mio Leo di prenderla a lavorare con sé, ma mi considera una bambina sventata ed è troppo orgoglioso per accettare il mio consiglio. Devo fare in modo che la decisione la prenda da solo, conosco i suoi punti deboli. (a Leone) Sono preoccupata, marito mio: Eme mi ha confessato che vuole andar via di casa, e al più presto.

LEONE: Si sposa, finalmente? Era ora! Chi è lo sfortunato?

DONNA GINEVRA: Niente di tutto questo. Mi ha detto che vuol lavorare al porto. Chiederà a Perseu di prenderla a servizio.

LEONE: Perseu? Quel maledetto giudeo? La metterebbe a capo di una flotta solo per vedermi schiumare di rabbia.

DONNA GINEVRA: E tutti diranno che Leone Taras è più giudeo d’un giudeo, perché manda la figlia a lavorare per un altro pur di non pagarle un salario.

LEONE: Tua figlia è nata per avvelenarmi la vita! Perché mi hai fatto questo torto, donna? Confessa: litigavamo mentre l’abbiamo concepita?

DONNA GINEVRA: Forse eri tu in collera con me: io non ho mai avuto un solo pensiero d’odio.

LEONE: Perseu! Maledetta intrigante. Mai e poi mai! Piuttosto la prenderò a lavorare con me.

DONNA GINEVRA: Dici davvero? Come sono contenta, vita mia!

LEONE: Contenta? Credi che la tratterò come la figlia dell’armatore? Nossignore. Le farò fare i lavori più umili, e imparerà la disciplina. È questo che vuole? È questo che avrà.

DONNA GINEVRA: Ricordati che è sempre nostra figlia.

LEONE: Io non ho figli, ho una casa piena di vipere e sanguisughe. Basta parlare, adesso. Spegni la luce e dormiamo.

DONNA GINEVRA: Buonanotte, amore mio.

Donna Ginevra spegne la lampada.

 

Scena Quarta

Al porto di Caralis. Eme, Leone e il capitano Cadello entrano in una stanza misera e disadorna. Eme ha una sacca sulle spalle, e si guarda attorno.

LEONE: Questa è la stanza dove mangerai e dormirai, vedi di fartela piacere. Per pagarla lavorerai al molo, rassettando le navi e facendo l’inventario delle merci. Per qualsiasi problema, domanda al capitano Cadello e obbediscilo in tutto. Non t’avvalere della parentela, ché da oggi per me sei un dipendente come gli altri, né più né meno. Hai domande?

EME: Sta bene.

LEONE: Allora è tutto. Cadello, finite di istruirla. Buona serata.

CADELLO: A voi, messere.

Leone esce. Eme inizia a svuotare la sua sacca, deponendo gli oggetti sul tavolo.

CADELLO: In verità ho visto porcilaie più accoglienti di questa stanza. Che torto hai fatto a tuo padre?

EME: A parte venire al mondo?

CADELLO: Posso vedere quel libro che hai tolto dalla sacca?

EME: Questo? Tenete.

CADELLO: “De Rebus Nauticis”. Un ottimo libro, l’ho letto vent’anni fa. Curiosa lettura per una raschiatrice di legni. Ma forse…

ENE: Forse?

CADELLO: Forse la raschiatrice di legni, in cuor suo, sogna di diventare ufficiale.

EME: Sapete che per una donna è impossibile.

CADELLO: L’impossibile è come il confine tra i regni: un limite immaginario.

EME: A volte tra un regno e l’altro si stende l’oceano. E comunque preferisco essere realista.

CADELLO: Sei giovane. Incontrerai molte persone sul tuo cammino, e molti pronunzieranno la parola “impossibile” per non viaggiare da soli sul carro dei rimpianti.

EME: Voi avete figli, capitano?

CADELLO: Tre. Perché?

EME: Sono fortunati.

CADELLO: Curiosa affermazione, per la figlia dell’uomo più ricco della città.

EME: Non ci crederete, ma la prima cosa che ho imparato dai preti, ben prima del Padre Nostro, è che il denaro è lo sterco del diavolo. Ed è stato mio padre a mandarmi a messa: non è divertente? Tiene il Vangelo sulla scrivania per non far volare le carte.

CADELLO: (ride) Tuo padre è un uomo acuto. Non so se l’abbia letto, di sicuro ha ben inteso ciò che del libro ne hanno fatto gli scaltri: uno strumento per piegare all’obbedienza. Ma ora basta con la filosofia, va’ a riposare. Domani all’alba giunge un nuovo carico. Vedi di non tardare, o dovrò punirti.

EME: Se dipenderà da me, non ve ne darò mai occasione.

Cadello esce. Eme siede sulla sponda del letto e piange.

 

Scena Quinta

Sulla nave ancorata al porto. Eme, in abiti maschili, è in ginocchio e sta raschiando il ponte con la spazzola. Dietro di lei compare Cadello. Trambusto di marinai.

CADELLO: Eme, puoi deporre gli arnesi, adesso. Non dobbiamo riflettere la nostra immagine, dobbiamo solo attraversarlo.

EME: (si solleva) Signorsì, capitano. Facevo il mio lavoro al meglio, per farvi cosa gradita.

CADELLO: Da quanto sei con noi, ormai?

EME: Una primavera e un’estate.

CADELLO: Ascolta bene. Fra un paio d’ore salpiamo e ho intenzione di portarti con me a Tarragona. Ho bisogno di un attendente personale.

EME: Ma io non sono mai uscita dal porto! Credete possa svolgere un compito simile? Ne siete certo?

CADELLO: Dubiti che sappia discernere ciò che è possibile da ciò che non lo è?

EME: Dio non voglia, è solo che…

CADELLO: Che?

EME: Ecco, non sono certa che questa promozione sia merito mio. O del mio nome.

CADELLO: Che differenza farebbe?

EME: Per me molta, capitano.

CADELLO: Non sono obbligato a risponderti, ma se stai insinuando che mi occorrono favori da tuo padre, metti l’anima in pace: non sei un argomento a cui presterebbe orecchio. Datti una ripulita e indossa una giubba decente.

EME: (sorride) Sissignore.

Entra Leone Taras, accompagnato da Donna Ginevra, dalla serva e dal fido Cassitta.

LEONE: Buondì capitano.

CADELLO: Buongiorno anche a voi, messere. I miei omaggi, Donna Ginevra. Avvocato.

LEONE: Siete pronti a salpare?

CADELLO: È tutto pronto: ottanta botti di Monica, quaranta casse di muggini e orate, cento orci d’olio del Parteolla. A mezzodì saremo al largo, alla volta della Spagna.

LEONE: (si volta verso Eme) E tu che ci fai ancora a bordo? Non hai faccende da sbrigare giù al molo? Ti pago per oziare sul ponte?

CADELLO: Le ho chiesto io di restare a bordo, monsignore. L’ho appena nominata mio attendente.

LEONE: Lei? Cadello, mi meraviglio di voi. Pensavo foste un uomo assennato. Una donna a bordo!

CADELLO: È attenta, precisa, e impara alla svelta.

LEONE: E ubbidisce altrettanto alla svelta? E misura le parole?

CADELLO: Mai avuto da ridire.

LEONE: A ognuno  il suo mestiere: vi auguro che non dobbiate pentirvene.

CASSITTA: Messer Leone, c’è da discutere di quel certo affare.

LEONE. Giusto. Venite Cadello, devo parlarvi in privato.

Leone, Cassitta e Cadello escono. Donna Ginevra si affretta ad abbracciare la figlia.

EME: (si ritrae) Non vorrete sporcare quel meraviglioso abito!

DONNA GINEVRA: Che m’importa? Vieni qui! (la stringe forte) Come ti trattano? Mangi abbastanza? Raccontami tutto.

EME: Sto bene. Il cibo è passabile e ho imparato a cucinare. So badare a me stessa, anche se i primi tempi è stata dura. Qui non sono abituati ad avere una donna intorno, si divertono a provare la mia resistenza. Dalla mia bocca non esce un lamento: non voglio dare soddisfazioni. Sto imparando a non contare sugli altri, men che meno su vostro marito.

DONNA GINEVRA: Hai rinunciato a chiamarlo padre?

EME: Restituisco l’amore e il rispetto che mi si presta. Il capitano mi ha preso a benvolere, e questo basta e avanza.

DONNA GINEVRA: Non ti mancano i tuoi fratelli?

EME: Non più di quanto io manchi a loro.

DONNA GINEVRA: Non dimenticare la tua famiglia, te ne prego.

EME: La mia famiglia sei tu, lo sai. Devo andare, adesso. È il mio primo viaggio e staremo via a lungo. Ti prego, non stare in pena. Marisel: distoglila dai pensieri più cupi.

DONNA GINEVRA: Non fare niente di avventato, mi raccomando. Oh, che consiglio sciocco t’ho appena dato! Che madre inutile che hai. Tieni il mio crocefisso, ti proteggerà. (si leva la catenina e la pone al collo di Eme)

EME: (si abbracciano) Non me ne priverò un istante. Addio!

Eme esce con un cenno di saluto.

 

Scena Sesta

In mare aperto. Eme sta attraversando il ponte della nave con una gavetta in mano. Tre uomini della ciurma, Tommaso, Anselmo e Gervaso, le sbarrano il passo.

TOMMASO: Toh! La favorita del capitano. Da quando ha il suo bell’incarico d’attendente ci ignora come fossimo della peggior feccia.

EME: Fate largo. Il capitano mi attende.

ANSELMO: Non capisco perché si ostini a tenerla a bordo. Le donne dovrebbero stare in camera da letto, a scaldare le coperte.

GERVASO: O accanto al focolare, a rammendare i calzini.

EME: Anche se volessi, non potrei rammendare i tuoi. Sei così miserabile che spacci per calzini la crosta che t’insudicia le caviglie.

Tutti ridono.

ANSELMO: Ricordate l’anno scorso, nei pressi di Maiorca, quando la chiglia ha raschiato il fondo? Scommetto venti cagliaresi che è stata lei a portarci sfortuna. Nessuna delle navi della compagnia ha avuto un simile incidente.

GERVASO: Quando mai hai avuto venti cagliaresi tutti insieme, balordo? È ovvio: nessuna delle altre navi ha una donna a bordo.

TOMMASO: Hai ragione. Se la diamo in pasto ai pescecani dite che qualcuno se ne avrebbe a male?

ANSELMO: Io dico di no. Anzi, ci ringrazierebbero.

EME: Se invece ti buttassi io mi ringrazierebbero i pescecani, visto quanto sei grasso.

Tutti ridono.

ANSELMO: Mi piace questa donna, ha più attributi di te, Tommaso.

TOMMASO: A me no, mi ricorda mia suocera.

GERVASO: Perlomeno tua suocera ha sembianze di donna. (allunga le mani verso Eme) Io vorrei togliermi il dubbio una volta per tutte…

Entra Cadello e i tre si ricompongono.

CADELLO: Immagino abbiate un buon motivo per impedire all’attendente del capitano di svolgere la sua mansione.

ANSELMO: Sì, capitano. Cioè no, capitano.

CADELLO: Che ne dici di un ripasso della disciplina? Potrei rinfrescarti la memoria con venti frustrate, ad esempio. Guardami negli occhi, Anselmo. Non ti avevo avvisato?

ANSELMO: Sì, capitano.

CADELLO: E tu, Tommaso? Non dovresti essere in cambusa? Che ci fai qui? Due chiacchiere con le amiche? Vuoi che ti porti una tazza di tè?

TOMMASO: N-No, capitano.

CADELLO: E tu, Gervaso? Pendaglio da forca… Ho l’impressione che sia passato troppo tempo da quando hai assaggiato la frusta. Ti prude la schiena, è così?

GERVASO: Potendo, ne farei volentieri a meno, signore.

CADELLO: È tanto che la ciurma desidera svagarsi. Una fustigazione come Dio comanda ci manterrà allegri per il resto della traversata.

TOMMASO: Capitano, pietà.

EME: In verità, signore, la colpa è solo mia.

CADELLO: Tua? Spiegati.

EME: M’è caduto un cucchiaio dietro la botte, non riuscivo a spostarla e mi hanno aiutata. Li ho ringraziati, una parola tira l’altra, e siete arrivato voi.

CADELLO: Anselmo, è andata così?

ANSELMO: Ecco, noi…

GERVASO: È così, capitano. Non si faceva niente di male. Solo due parole scambiate per cortesia.

TOMMASO: Sì, sì, per cortesia.

CADELLO: Molto bene. Attendente Taras, stasera salterai la mensa. Cenerai nella tua stanza, a razione minima. Quanto a voi tre, dileguatevi, perché l’idea dello spettacolo mi solletica ancora.

I tre esclamano sissignore ed escono.

CADELLO: C’era anche questo, sul tuo libro? Era questa la vita che immaginavi?

EME: È quella che ho scelto, capitano. E quando decido qualcosa è difficile che torni indietro. Lo so, non è un lavoro per donne, ma son nata storta: il pregiudizio mi spinge a fare l’inverso. Lotto per dimostrare quanto valgo, e non saranno gli insulti e le offese a farmi desistere.

CADELLO: Ho saputo che tuo fratello Diego è il nuovo amministratore della compagnia.

EME: È il primo maschio, era deciso alla nascita.

CADELLO: Mi dicono che sappia di commercio e navigazione quanto io so di cucina.

EME: L’invidia non è un sentimento che conosco, capitano. Gli faccio i miei auguri, ne avrà bisogno. Quando mio padre gli lascerà in eredità la compagnia, io avrò la mia.

CADELLO: Vorrei che la metà dei miei uomini avesse la metà della vostra tenacia. Adesso chiudetevi in cabina o la ciurma penserà che vi concedo privilegi.

EME: Signorsì signore.

Cadello esce. Dopo un attimo rientra Anselmo.

ANSELMO: Anselmo non dimentica un debito di venti frustrate. Se qualcuno ti molesta, fa’ un fischio e mi troverai al tuo fianco.

Anselmo esce. Eme sorride.

 

Scena Settima

Sulla nave ormeggiata nel porto di Tarragona. Eme è da sola, sul ponte. Legge una lettera.

EME: “Figlia mia, luce dei miei occhi, è trascorso un anno dal nostro ultimo abbraccio, e mi pare un secolo. Di più: una vita. Il mare ti tiene lontana, e le nostre lettere sono un blando conforto, ormai. Certo, trovo sollievo nelle mie piccole passioni e in quelle attività che mi tengono fuori casa, ma il mio cuore è sempre agitato. Mi chiedi di aggiornarti sulla situazione: niente è cambiato in meglio, tutto in peggio. Tuo padre non ha occhi che per i suoi affari e le sue donne. Alcune le ho conosciute, e non posso biasimarle: paga loro i conti e hanno bimbi da crescere. So che ti manderà su tutte le furie, e hai ragione, ma l’amore mi governa a suo piacimento, ed io poco o nulla posso. Dimmi di te. Nessuno ha ancora fatto breccia nel tuo cuore? Quanto vorrei stringere tra le braccia un nipotino! Con infinita nostalgia, la tua sciocca madre.”

Entra Cadello in compagnia di Iusuf Al Safir, vestito da ricco signore. Eme ripone la lettera in petto.

CADELLO: Eme, vi presento messer Iusuf Al Safir, nobile rappresentante della città di Làntia. Si trovava qui a Tarragona, ma ha degli affari a Caralis, e ci ha chiesto un passaggio. Messere, questo è il mio ufficiale di rotta, Eme Taras.

IUSUF: Onoratissimo. Ho sentito parlare molto di voi.

EME: Benvenuto a bordo, messere. Spero facciate buon viaggio. Una nave da cargo non ha le comodità che si addicono a un uomo del vostro rango, ma faremo del nostro meglio per accomodarvi.

IUSUF: Vi ringrazio.

CADELLO: Vi lascio, le incombenze mi reclamano.

Cadello esce.

IUSUF: Il capitano mi ha confidato che siete la figlia di Leone Taras, il padrone della nave. È così?

EME: A bordo lo sanno in due, voi compreso. E spero che il segreto rimanga tale, se non vi spiace. La mia vita è già complicata a sufficienza.

IUSUF: Capisco. Potete fare affidamento sulla mia discrezione. La fama che precede vostro padre è ingombrante: mi domandavo se per voi fosse un fardello o, al contrario, un lasciapassare, ma mi avete già risposto.

EME: Quella fama se l’è guadagnata sul campo, ed io non mi attribuisco ciò che non mi spetta. Quisque faber fortunae suae. Non vivo nella sua ombra, e calco il ponte della sua nave solo per imparare il mestiere. Cos’altro vi ha confidato, il capitano?

IUSUF: Che siete una donna dalle mille risorse. Che siete salpata come mozzo, e a metà viaggio eravate già ufficiale. Che godete del rispetto della ciurma.

EME: La reputazione è una brezza: ora spira in una direzione, ora in un’altra, poi cessa all’improvviso. Non è bene farci affidamento.

IUSUF: Molto saggio. Sapete, qualcuno qui a bordo v’immagina nelle vesti di comandante di un legno tutto vostro. Ne eravate al corrente?

EME: Per essere appena arrivato ne sapete più di me, messere.

IUSUF: A ognuno il suo talento. Il mio è quello di stare in mezzo agli uomini e far tesoro dei loro atti e delle loro parole.

EME: Visto che siete curioso, vi dirò: il capitano è buono con me, ho raggiunto un ottimo grado, ma qualcosa mi spinge a desiderare di più. Vorrei una nave mia, vorrei poter decidere del mio destino. Se si presentasse l’occasione non rinuncerei di certo.

IUSUF: Che altro vi serve? Fate un cenno a vostro padre e avrete un’intera flotta al vostro comando.

EME: (ride) Voi non lo conoscete. E non conoscete me.

IUSUF: Non volevo essere indiscreto, perdonatemi. Ammiro le donne che non si accontentano. Siete così anche in fatto di uomini?

EME: Forse un giorno avrete occasione di scoprirlo. Adesso state parlando con l’ufficiale di rotta, e ogni risposta sarebbe inopportuna.

IUSUF: Touché, direbbero i francesi. Comunque, sappiate che io non dispongo di grandi somme, ma conosco delle persone che sarebbero liete d’investire in una nave che moltiplica le ricchezze a fronte d’un rischio così basso. Specie se condotte da qualcuno di provata esperienza. Quando deciderete di fare il grande passo, ricordatevi di me.

EME: Forse prima di quanto pensiate.

 

Scena Ottava

Caralis, nell’ufficio di Leone Taras. Lui è alla scrivania. Cassitta fa entrare Iusuf.

CASSITTA: Messer Al Safir è qui, monsignore. È quell’uomo che ha chiesto di vedervi, ricordate?

LEONE: Ah, sì. Fatelo entrare.

IUSUF: Lieto di conoscervi, Messer Leone. Il mio nome è Iusuf Al Safir. Vengo dalla città di Làntia, e sono a Caralis da qualche mese.

LEONE: Siete qui per affari?

IUSUF: In parte, sì. Dipende da cosa s’intenda per affari.

LEONE: Gli unici affari che conosco sono quelli che riempiono le tasche. Ne conoscete altri?

IUSUF: Quelli che riguardano l’amore, ad esempio.

LEONE: (divertito) Amore? Siete sicuro che io possa fare qualcosa per voi?

IUSUF: Non siete Leone Taras, l’armatore?

LEONE: Certamente. Arrivate al punto, dunque, perché queste chiacchiere mi confondono.

IUSUF: Non sono un esportatore, ma ho comunque una proposta da farvi. Sono qui per chiedere la mano di vostra figlia. Ci frequentiamo da tempo, e nutriamo del reciproco affetto.

LEONE: Ah! Comunque la giriate, sempre di affari si tratta.

IUSUF: Solo le ragioni del cuore mi guidano al vostro cospetto. Ve lo giuro su quanto ho di più caro.

LEONE: Le ragioni del cuore! (ride) Vedete, messere, potrei credere alle ragioni del cuore se mia figlia s’appressasse all’altare priva di dote, ma il caso vuole che sia fra gli eredi del mio impero, e questo – per un uomo di senno – certamente ha un peso. Non mostratevi più ingenuo di quanto siete, o mi renderete più sospettoso di quanto non sia.

IUSUF: Che ci crediate o no, tutto ciò che avete testé illustrato è per me di secondaria importanza, dal momento che amo vostra figlia. Ma poiché non voglio apparire sciocco ai vostri occhi, sono qui per presentarmi, cosicché vi rendiate conto della sostanza dell’uomo con cui trattate.

LEONE: Ammesso che voi riceviate il mio consenso, e questo è tutto da vedere, ditemi: cosa mettete sul vostro piatto?

IUSUF: Porto un nome di antico lignaggio, un nome che a Làntia è sinonimo di nobiltà. Uno scambio equo agli occhi di chiunque.

LEONE: Caro signore, farò prendere informazioni su di voi. Nel frattempo, accontentatevi del permesso di corteggiare la mia Aldina.

IUSUF: Aldina?

LEONE: Non siete venuto a chiedere in sposa la mia figlia maggiore?

IUSUF: Temo vi sia un equivoco, messere. Io ero qui per vostra figlia Eme.

LEONE: Eme? (ride)

IUSUF: Trovate la cosa così buffa?

LEONE: Ci sarebbe più di un motivo per ridere. Ditemi: siete venuto di vostra sponte, non è così?

IUSUF: Lei non sa ancora niente. Perché me lo domandate?

LEONE: Perché se glielo aveste chiesto, dubito che vi avrebbe dato il suo consenso.

IUSUF: E perché mai? Non siete voi a dovermi dare il consenso? Non siete forse suo padre?

LEONE: Mi sembra chiaro che lei non vi apre del tutto il suo cuore, messere, poiché non vi ha parlato di me. Eme non mi è più figlia di quanto non lo siate voi. Per cui, se la volete, non dovete far altro che pigliarvela. Ha deciso di fare di testa sua e non riceverà alcuna dote da suo padre, sappiatelo.

IUSUF: Non è più vostra erede?

LEONE: Affatto. Io la disconosco.

Trambusto. Entra Eme.

EME: (a Iusuf) Giù al porto mi han detto che ti avrei trovato qui. Parlavate d’affari?

IUSUF: Sono venuto a fare il mio dovere. Ho chiesto ufficialmente la tua mano.

EME: Senza consultarmi?

IUSUF: Sono affari da uomini.

LEONE: Adesso sono affari! (ride)

EME: Al Safir, tratti le donne come merci da stipare sulle navi? È questo che devo credere?

IUSUF: Ma io…

LEONE: (ad Eme) Troppo tardi. Ha già avuto il mio consenso. Unitamente alle mie condoglianze.

EME: (a Leone) Taci, non sto parlando con te! (a Iusuf) Vai, adesso. Ti raggiungerò a breve e tratteremo la faccenda.

IUSUF: (a Leone) Col vostro permesso.

LEONE: Opponete resistenza, messere! La puledra è selvaggia, rispetta solo chi la doma!

Iusuf esce.

LEONE: E così ti sposi, finalmente. Poverino, lo compiango.

EME: È l’occasione per dirti che da oggi non lavoro più per te. Ho stretto un accordo con qualcuno che mi aiuterà a governare una nave tutta mia. E ti farò concorrenza.

LEONE: Una nave tutta tua? E chi è il pazzo che affiderebbe la propria nave a una donna?

EME: Il tuo caro amico Perseu. Copriremo la tratta da Calaris a Làntia. Grazie al mio futuro marito abbiamo l’esportatore e il contratto firmato.

LEONE: Mai! Làntia è cosa mia!

EME: Adesso dovrai dividerla con me. E sappi che la mia nave è talmente veloce che nel giro d’un mese nessun commerciante vorrà più trasportare con te.

LEONE: Sta’ attenta. Se dovesse accadere, prenderò le misure.

EME: Che puoi farmi, che non mi abbia già fatto?

LEONE: Ci sono talmente tanti modi per ferirti che, se li elencassi, a metà m’imploreresti di smettere. Ti conosco, e so dove affondare la lama.

EME: Ovvero?

LEONE: Uno schiocco di dita e licenzierò il tuo caro capitano Cadello.

EME: Gli farete un favore. Perseu non vede l’ora di prenderlo con sé.

LEONE: Pensi che potrebbe pagarlo quanto lo pago io? No, anzi: ora che ci penso ho un’idea migliore. Sposterò la nave di Cadello sulla rotta per Làntia e vi metterò in concorrenza.

EME: Fai ciò che vuoi, non m’importa. Non abbiamo più niente da dirci. (fa per uscire)

LEONE: Fermati!

EME: Cos’altro c’è?

LEONE: Sei sicura di ciò che stai per fare?

EME: Com’è certo che domani il sole sorgerà all’alba.

LEONE: Se lo farai, sappi che ripudierò tua madre.

EME: Un momento. (si ferma, torna indietro) Ho sentito bene? Tu avresti il coraggio di fare una cosa simile?

LEONE: Disubbidiscimi e butterò fuori di casa lei e le sue cose.

EME: Sai quanto tenga a quella casa, è tutto il suo mondo. Ne morirebbe.

LEONE: Hai sentito bene e hai compreso. La scelta è tua.

EME: No, non lo faresti. Per quanto irragionevole, lei ti ha sempre amato, e ancora ti ama. E tu non ne troveresti un’altra così devota.

LEONE: Donne che mi amano ne ho a frotte. Mi basta un solo giorno per dimenticarla.

EME: Sei peggio di un cane. Sei senza cuore.

LEONE: Cuore, dici. Oh, che cosa poetica, il cuore. Un organo inutile, per quanto mi riguarda. Da piccolo – anch’io son stato piccolo, per quanto t’appaia strano – avevo il cuore in petto e le tasche vuote. Non sono nato ricco come te, che hai tempo per vaneggiare sul cuore. Mia madre metteva i figli nel cassetto perché non aveva letti. A suon di calci la vita m’ha aperto gli occhi, e ho capito come funziona il mondo. Così, un bel giorno, ho infilato una mano in bocca, ho estratto il cuore e l’ho messo in tasca. Ed eccomi: l’uomo più potente e temuto della città. Col mio denaro ho pareggiato i conti, distrutto i nemici più potenti e innalzato alla gloria mere nullità. Tutti quei pomposi messeri che van millantando cariche importanti sono i burattini del mio teatro, e son sempre io a decidere i finali delle storie, se non mi garbano. E tu mi capisci più di quanto non ammetta, perché nei tuoi occhi vedo la stessa fame, la stessa ambizione. Un giorno farai anche tu la mia scelta, è solo questione di tempo.

EME: Mai! Non diventerò mai come te! Ti disprezzo con tutta me stessa!

LEONE: Non rinnegare il tuo sangue.

EME: È putrido, e corrompe ciò che tocca. Mi farei dissanguare a morte, se riuscissi a levarmi dal corpo l’ultima goccia di te! Tocca mia madre e ne pagherai le conseguenze!

Eme esce.

LEONE: (grida verso Eme) Non ho bisogno di toccarla!

CASSITTA: Monsignore, intendete davvero ripudiare vostra moglie?

LEONE: Anni al mio servizio e ancora non mi conoscete, caro Cassitta. Per vincere farei qualsiasi cosa.

 

Scena Nona

Porto di Caralis. Eme e Iusuf sono a bordo di una nave, in compagnia dell’armatore Perseu. Conducono un giro d’ispezione.

PERSEU: È una bellissima nave, non potete negarlo.

EME: Sembra solida, ve lo concedo. Allora, quanto ne volete?

PERSEU: Varrebbe trenta carichi, ma a voi la darò per venticinque.

EME: A cosa devo lo sconto?

PERSEU: A un’immagine che mi rende felice: le budella di vostro padre che si contorcono come le anguille di Giorgino.

EME: Affare fatto.

PERSEU: Naturalmente verrà intestata al signor Al Safir qui presente, poiché voi, allo stato delle cose, non siete in grado di offrire adeguate garanzie. Vostro padre non vi coprirebbe.

EME: No di certo. Ha diffidato i banchieri di Caralis dal farmi credito, e quelli mi hanno messo alla porta. Io e messer Al Safir abbiamo stipulato un accordo verbale, la sua famiglia farà da garante.

IUSUF: Un accordo verbale che vale cento volte più di uno scritto, mia cara.

PERSEU: Sono contento per voi. Per quanto mi riguarda invece, perdonate la mia grettezza, ho bisogno della firma di messer Al Safir in calce a questo contratto. Le sue garanzie sono solide, e nel caso non doveste onorare i patti, Dio non voglia, saprò a chi rivolgermi per recuperare l’investimento.

IUSUF: Date a me, monsignore. Firmerò con piacere.

Iusuf firma.

EME: Quando potrò conoscere il mio equipaggio?

PERSEU: Che v’importa, mia signora? Son marinai scelti. Una volta a bordo seguiranno i vostri ordini.

EME: Presumo che voi non vi circondiate di estranei, a casa vostra. È sempre bene conoscere la tempra di chi vi sta a fianco. Sapete come si dice: prevedere è meglio che provvedere.

PERSEU: Più vi osservo e più mi sembrate nata per il comando.

EME: Lo dite solo perché da una donna vi aspettate lagne e piagnistei. Mi ricordate mio padre.

PERSEU: Lo dico perché so riconoscere ciò che ho di fronte. E ora perdonatemi signori: devo scappare.

Perseu esce.

IUSUF: Ho un buon presentimento. Questo è il primo frutto della nostra unione.

EME: E il secondo arriverà molto presto.

IUSUF: Non dirmi che tu…?

EME: Sì.

IUSUF: (le pone una mano sul ventre) Sposiamoci, seduta stante, prima di affrontare il nostro primo viaggio.

EME: Che bisogno c’è di rendere formale ciò che proviamo l’uno per l’altra?

IUSUF: Non t’importa di ciò che pensa la gente?

EME: Meno di niente. Ma se dovessi farlo, lo farei perché me lo chiedi.

IUSUF: (le prende la mano) Ebbene, te lo chiedo: Vuoi sposarmi?

EME: Non senza il consenso di mia madre. Attenderai sino a quel momento?

IUSUF: Tutto il tempo che sarà necessario.

Si abbracciano.

 

Scena Decima

Sulla nave, durante il tragitto per Làntia. Iusuf e tre marinai sono nell’alloggio del comandante e giocano a carte. Entra Eme, visibilmente incinta.

EME: T’ho cercato dappertutto. Dovevo immaginarlo che eri qui.

All’ingresso del comandante, i tre marinai scattano in piedi.

IUSUF: Seduti, seduti. Mia signora, cosa posso fare per te?

EME: La vedetta ha avvistato un banco di nuvole all’orizzonte. Si prevede una tempesta.

IUSUF: Che sarà mai? Ne attraversiamo una ogni viaggio. La pioggia ci laverà il ponte.

EME: Stavolta è diverso.

IUSUF: Sei sempre catastrofica. Non succederà niente, stai tranquilla.

EME: Tranquilla? Non credi che dovremmo prepararci al peggio?

IUSUF: Ma sì, ma sì, amore mio. Adesso terminiamo questa partita e siamo tutti per te.

EME: Ho bisogno di questi uomini, subito. E ti avevo chiesto di non chiamarmi “amore” di fronte all’equipaggio.

IUSUF: Scusa, mio comandante. Possiamo finire, adesso?

EME: (ai marinai) Voi tre, in coperta.

I marinai scattano in piedi.

IUSUF: Seduti, ho detto. Finiamo la partita. (i marinai rimangono in piedi tra i due, interdetti) Hai detto che sono all’orizzonte, no? Abbiamo tempo.

EME: Ti ricordo che su questa nave non sei tu il comandante, né il comandante in seconda. Per cui lascia andare questi uomini.

IUSUF: Ti ricordo che sono il proprietario, e questi uomini sono al mio servizio quanto al tuo.

Un fortissimo tuono scuote tutti.

EME: Allora forse è meglio che ti ricordi che non sai nuotare.

IUSUF: Va bene, va bene. (butta le carte sul tavolo) Andate a fare il vostro dovere.

I marinai escono.

EME: Quando, e se, arriveremo a Làntia faremo un lungo discorso, io e te.

IUSUF: A proposito di cosa?

EME: Del tuo impegno nella nostra società.

IUSUF: Il nostro matrimonio è diventato un affare, adesso? Mi sembra di sentire tuo padre.

EME: Non confondo mai i sentimenti con gli affari. E sono certa di non essermi sposata per interesse. Tu lo sei altrettanto?

IUSUF: Che vorresti dire?

EME: Che hai fatto per noi, a parte mettere una firma su un contratto e piantare quel seme che sta crescendo qui dentro?

IUSUF: Cosa potrei fare a bordo di una nave? Lo sai che sono un uomo d’ingegno, non un uomo d’azione. Quando mi hai sposato non avevi dubbi.

EME: Ed io prima di conoscerti non ero incinta. La vita ci chiede di cambiare, Iusuf. A me sembra d’esser la sola disposta a farlo, e a perdere qualcosa.

IUSUF: Adesso un figlio è una perdita?

EME: Ne riparleremo quando sarai incinta.

IUSUF: Sai cosa penso? Penso che ci vorrebbero più donne come tua madre, abituate a dare senza chiedere nulla in cambio.

EME: Ed io penso che ci vorrebbero più uomini degni di questo nome. Forse abbiamo affrettato le cose. Forse non siamo fatti l’uno per l’altra, come credevamo. Dici sempre che ho paura di morire povera, tu invece fai di tutto per non morire ricco. Forse navighiamo in direzioni opposte.

IUSUF: Non è così. Ti mostrerò che stai sbagliando.

EME: Smentiscimi a fatti, non a parole.

Un altro tuono scuote tutti.

EME: Questa conversazione è durata anche troppo. Salgo in coperta. Se vuoi fare la tua parte, sali anche tu.

Eme esce.

IUSUF: Agli ordini, comandante. (riprende le carte e le mescola)

 

Scena Undicesima

All’interno della nave, ancorata nel porto di Làntia. Nel disastrato alloggio del comandante, Eme sta scrivendo una lettera. Accanto a lei c’è un fagotto con la piccola Ginevra.

EME: Madre adorata, da due settimane io e il mio equipaggio siamo bloccati a Làntia e soltanto ora trovo il tempo di scriverti. Una grande sventura si è abbattuta su di noi: a poche miglia dalle coste dell’Africa la nave ha incrociato una tempesta, un fulmine ha rovesciato l’albero maestro e ho perduto due uomini. Abbiamo raggiunto il porto, ma, in tutto questo, la mia unione con Iusuf ha fatto naufragio. In passato c’erano stati litigi, se ben ricordate, perché io mal sopportavo il suo sperpero di denaro. Pensavo d’aver trovato un sostegno, invece avevo accanto un fanciullo che non è in grado di badare a se stesso. All’arrivo a Làntia ci siamo separati e lui è tornato dalla sua famiglia. Ho giurato a me stessa che non permetterò mai più a un uomo di deludermi. Con l’equipaggio stiamo cercando di riparare i danni alla nave, ma temo ci vorranno settimane prima di affrontare il ritorno. Il morale è basso, ma io continuo a dissimulare, cosicché i miei uomini non abbiano a pentirsi d’essersi affidati al comando di una donna. Vi confesso che spesso sogno di tornare a rifugiarmi nel vostro grembo, a piangere sui miei fallimenti. Ricordo che dicevate: ‘alla fine tu riesci sempre, solo che per te è tutto più complicato’. Avevate ragione: qualsiasi strada prenda, alla fine si rivela sempre la più tortuosa. Come vi tratta quell’individuo che vi ostinate ad amare aldilà di ogni saggio consiglio? Mandatemi vostre notizie prima del mio rientro, cosicché possa affrontare il viaggio a cuor leggero. Vi abbraccio con tutto l’amore di figlia. (coccola la bimba) Post scriptum: vi porterò una sorpresa che vi riempirà di gioia. Sorrido già nel figurarmi la vostra espressione.

Trambusto fuori scena. Irrompe un messo di Làntia e due soldati.

MESSO: Siete il comandante di questa nave?

EME: Chi vi ha dato il permesso di salire a bordo e di violare la mia cabina?

MESSO: Dolente, questa non è più la vostra cabina. Ecco il documento che certifica che la nave è stata venduta, e il nuovo proprietario la vuole sgombra prima di mezzogiorno. Metà del vostro equipaggio è già a terra. Devo chiedervi di seguirci.

EME: (legge il documento, poi al pubblico) Iusuf! Quel vigliacco! Ha messo la nave all’asta e l’ha venduta al miglior offerente! Traditore! Non poteva compiere un’azione più vile, e nel momento peggiore. (al messo) Concedetemi un attimo di solitudine per raccogliere le mie cose.

MESSO: Vi attendiamo fuori.

Il messo e i soldati escono.

EME: (alla bimba) Tutto è perduto, dunque. Sono sola, in una città sconosciuta, con una bimba da accudire, senza denaro… che può accadermi ancora? Soltanto il tuo sorriso mi impedisce di abbandonarmi alla disperazione e lasciarmi morire qui, adesso.

Eme prende in braccio la bimba, la bacia e fa per uscire. Si ferma sulla soglia per guardare un istante la cabina, poi esce.

 

Scena Dodicesima

Al porto di Làntia, sul molo. Eme tiene in braccio la piccola Ginevra. È appena sbarcato il capitano Cadello.

EME: Finalmente un volto amico! Grazie per essere venuto!

CADELLO: Come stai? E la bimba?

EME: È accaduta ogni sorta di disgrazia, vi racconterò. Ma… vedo che la nave che vi ha condotto qui non è di mio padre.

CADELLO: Non lavoro più per lui. Mi ha licenziato dopo la tua partenza.

EME: Ha mantenuto la minaccia! Devo confessarvelo, capitano: è colpa mia. Adesso il mio debito con voi è aumentato a dismisura.

CADELLO: Non darti pena, se non m’avesse preceduto l’avrei fatto io stesso. Mi baloccavo da tempo con l’idea di ritirarmi. Non godo di buona salute, e sono troppo vecchio per sopportare allo stesso tempo una ciurma indisciplinata e i capricci dell’armatore.

EME: Ditemi: che notizie avete di mia madre?

CADELLO: Ti preannuncio che di buone – ahimé – non ne reco.

EME: Di che si tratta? Non fatemi stare in pena. Su, parlate!

CADELLO: Ecco, lei…

EME: Sì…?

CADELLO: Meglio abbreviare: tua madre è venuta a mancare, qualche giorno fa.

EME: Non è possibile!

CADELLO: Non volevo essere io a darti questa notizia.

EME: Tenete la bimba, vi prego.

CADELLO: (afferra il fagotto) Sedetevi.

EME: (siede in terra) Com’è stato?

CADELLO: Un dispiacere, forse. Pare non abbia sopportato l’onta d’esser stata ripudiata.

EME: Ripudiata?

CADELLO: Vostro padre l’aveva confinata in un alloggio poco fuori città.

EME: È la catastrofe. Mia madre messa alla porta e allontanata dai suoi affetti… Quel demonio ha mantenuto le promesse, ha ferito la donna che lo amava più di ogni altra cosa al mondo. (si guarda attorno) Un prete! Perché non c’è un prete quando serve? Voglio guardarlo negli occhi e farmi ripetere che questo mondo è governato dalla giustizia divina, prima di sputargli in faccia. Cento volte maledetto. Ma no: l’unica da biasimare sono io! Mi ero illusa che non sarebbe arrivato a tal punto.

CADELLO: Tuo padre non è più in sé. Agisce in preda all’impulso e all’astuzia dei cattivi consiglieri.

EME: Non sento più le forze. Il burattinaio m’ha tagliato i fili.

CADELLO: Animo, adesso. Su, sollevati.

Eme si alza, come un automa.

CADELLO: Dov’è quella donna capace di tenere in pugno un equipaggio? Richiamala, ne abbiamo bisogno. Avrai tempo di riflettere durante il viaggio, e ti raccoglierai in te stessa una volta a casa. Sistema le tue cose e richiama gli uomini. Terrò io la bimba. T’ho portato del denaro per sistemare i sospesi. Non è molto, ma spero che basti. Salperemo entro un’ora.

Cadello esce. Eme tira fuori la catenina e stringe il crocifisso.

EME: Non dovevi farmi questo. Non adesso, non mentre ero così lontana. Avevamo mille cose da dirci e mille cose da fare insieme… Mi lasci assetata di te, del tuo sguardo, delle tue carezze. La mia bimba aveva bisogno del tuo affetto, e se non ne avessi avuto a sufficienza per entrambe, mi sarei fatta da parte, pur di vedervi felici insieme. Volevo abbracciarti e chiederti perdono per tutte le volte che ho dubitato di te, per tutte le volte che ti ho condannato quando anteponevi l’amore per tuo marito al mio bene. Sono stata egoista. Forse non ti meritavo, ma se il prezzo per avere la madre migliore del mondo è stato avere il padre peggiore, io quel prezzo l’ho pagato.

Eme si piega su se stessa.

 

Scena Tredicesima

Caralis. Eme entra in casa Taras con Ginevra in braccio. Marisel le va incontro e si abbracciano.

MARISEL: Signore Iddio ti ringrazio! Quanto mi siete mancata! Mostratemi questo angelo! Chi è? Chi è questa meravigliosa creatura?

EME: (le consegna la bimba) Era il dono per mia madre.

MARISEL: Come l’avete chiamata?

EME: Come lei.

MARISEL: (alla bimba) Sei la sua immagine, piccola Ginevra. Era una donna meravigliosa, lo sai? Bella e raffinata, come sarai anche tu, un giorno.

EME: (si guarda attorno) Non c’è nessun altro in questa casa, oltre te?

MARISEL: Vostro padre e messer Diego sono in ufficio, e gli altri…

EME: Che c’è? Non aver timore di parlare.

MARISEL: Mia signora, da quando vostra madre non c’è più, in cielo sia, padron Leone è peggiorato. Non ha più freno, tratta i figli come mendicanti, adesso da’ e subito dopo toglie, e quelli hanno smesso d’agire, poiché non sanno quale azione potrebbe compiacerlo e quale irritarlo. Li ha privati della forza d’opporsi, e padron Diego, per la frustrazione, fa il despota con gli altri. E quelli… una non può più camminare e l’altro è infermo di testa. Una è reclusa nella propria stanza, l’altro non è mai in casa, per evitar le dispute. Voi non avete idea dell’abisso in cui siamo precipitati da quando Donna Ginevra non è più tra noi. Per fortuna siete tornata!

EME: Non sono qui per restare, Marisel. Giusto il tempo d’un saluto. La mia permanenza è sgradita a tutti.

MARISEL: E il padre di questa bimba? Chi è? Dove si trova adesso?

EME: L’inferno se lo porti. Sta pregando di non incrociarmi per la strada.

MARISEL: Ma se non qui, dove riparerete? Lei ha bisogno di un tetto. E voi anche.

EME: Ho il mio alloggio al porto, finché non troverò di meglio. Posso contare su di te per la cura della bimba? Quando tornerò per mare Ginevra avrà bisogno di una seconda madre, ed io di te soltanto mi fido.

MARISEL: L’accudirò come l’avessi partorita io stessa.

EME: Dimmi di lei: c’è qualcosa che ha detto, qualcosa che ha fatto prima di lasciarci?

MARISEL: Andavo a trovarla nella nuova casa, dove viveva in solitudine. Non l’avrei abbandonata per niente al mondo, lo sapete. Che posso dirvi? Si struggeva per lui ogni attimo della sua giornata, piangeva il perduto amore, non faceva che ricordare il passato. Pensate: cucinava i piatti preferiti di padron Leone e m’incaricava di portarli alla sua tavola. Ma lui…

EME: Lui..?

MARISEL: Li gettava via assieme al piatto, senza riguardo per quel gesto d’amore.

EME: Basta, non voglio sentire altro. Ho fatto male a domandare. La ferita è fresca e il coltello è ancora dentro.

MARISEL: Prima d’andarsene, una parola per voi Donna Ginevra l’ha avuta.

EME: Che t’ha detto?

MARISEL: ‘Falle giurare di non odiare suo padre’.

EME: Ah! Non posso giurare!

MARISEL: Questo era il suo ultimo desiderio.

EME: Il suo ultimo desiderio mi dilania l’anima!

MARISEL: Nessuno più di me vi conosce, Eme, e vi ricorda. Da piccola adoravate vostro padre. Era come il sole, per voi.

EME: Può darsi. Ma adesso la sua presenza oscura il vero sole.

MARISEL: L’odio non è che amore rovesciato.

Entra Diego. Le due donne s’interrompono.

DIEGO: Al porto dicevano d’averti vista tornare.

EME: Come vedi.

DIEGO: Ora che lei non c’è più, non hai alcuna ragione di stare qui. Non ha lasciato niente per te: tutto ciò che possedeva è proprietà di nostro padre.

EME: Non agitarti. Non sono qui per reclamare nulla.

DIEGO: Meglio così. Lui vuole vederti.

EME: Suona come un ordine.

DIEGO: Sai com’è fatto.

EME: Sarà un ordine per te, che spazzi con la lingua la terra su cui posa i piedi. Per me è lo squittio di un ratto.

DIEGO: Vuole offrirti un impiego.

EME: A me? Sei certo d’aver compreso bene?

DIEGO: Te ne accerterai di persona. Ti attende in ufficio.

Diego esce.

EME: Mi mette ancora alla prova. Cosa nasconde adesso? Vuole ottenere il perdono per un peccato imperdonabile? No. Gli attribuisco un’umanità che non possiede.

MARISEL: Ricordate le parole di vostra madre.

EME: (riflette) Ascolterò quanto ha da dire, poi si vedrà.

 

Scena Quattordicesima

Caralis. Nell’ufficio di Leone Taras. Lui è alla scrivania, tra le sue carte. Alle sue spalle, Cassitta. Entrano Eme e Diego.

LEONE: Dicono che hai avuto una bambina da quel cacciatore di dote.

EME: Dicono che hai venduto casa di mia madre il giorno stesso del funerale.

LEONE: Come sta mia nipote?

EME: Non è affar tuo. Se hai qualcosa da dirmi fai presto. Le tue espressioni d’affetto son formule vuote, e mi irritano.

LEONE: Siedi e ascolta attentamente. Ho trovato un nuovo esportatore, a Opelia. L’ho convinto ad aprire le sue merci al mercato di Calaris. Sfortunatamente la gilda degli armatori ha imposto restrizioni sulle tratte, perciò nessuno dei miei comandanti può recarsi laggiù. Ho deciso di affidarti la rotta, altrimenti sarà Perseu a occuparla, e voglio che tenga le zampe lontane da quella costa. Nessuno deve sapere che lavori per me, anzi: più parlerai male di tuo padre, più allontanerai il sospetto. Non ci sarà alcuno scritto, solo un patto fra noi. Cosa rispondi?

EME: Che non ho il denaro per comperare una nave.

LEONE: La nave la metto io. Ne ho giusto una che fa al caso tuo. Tu provvedi a reclutare l’equipaggio e a conquistare la tratta.

CASSITTA: Mia signora, il commercio della frutta esotica è in ascesa. Si prospettano guadagni oltre ogni immaginazione. Non avrete difficoltà a restituire il dovuto.

EME: (indica il fratello) Se questo commercio è così vantaggioso, perché non l’affidi a lui?

LEONE: Tuo fratello? Appena usciti dal porto la ciurma lo getterebbe fuori bordo.

DIEGO: Ma padre…

LEONE: Taci. Ringrazia che ti pago per fare il lavoro che fanno i tuoi sottoposti. (a Eme) Ti dò un giorno per riflettere. Domani alle nove portami la risposta. Se fosse ancora qui, tua madre ti consiglierebbe di accettare.

EME: Ti proibisco di nominarla!

LEONE: Certo, ti capisco. Sei addolorata, mi attribuisci le colpe, ma non puoi comprendere. L’ho amata anch’io. A modo mio, ovviamente. Sono un uomo difficile, non lo nego, ma ho altri mezzi per esprimere il mio affetto. Scendi in strada e chiedi al primo passante cosa pensa Leone Taras di sua figlia Eme. Diranno che non fa che lodarla pubblicamente, e che si vanta d’aver per figlia l’unico comandante donna della flotta di Caralis. Adesso mi odi, ma quando la tua bimba sarà grande comprenderai il valore del mio  insegnamento. Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per educarti al lavoro e alla rinuncia. Non avrei sopportato che crescessi come una bambina sciocca e viziata. Non sono io il tuo nemico.

EME: Se hai finito coi discorsi lacrimevoli torniamo agli affari. Accetto l’offerta. Anche se non per le ragioni che credi.

LEONE: Molto bene, allora. Sigliamo questo accordo da gentiluomini.

Leone allunga la mano verso Eme, lei rimane immobile. Lui la ritira.

EME: Era quella la mano con cui ti sei cavato il cuore dal petto? O è quella che ha spinto mia madre fuori di casa? Ah no: forse è quella che ha reso infermi i miei fratelli. E io dovrei toccarla? Stringerla, addirittura?

LEONE: È solo un accordo, non ti ho chiesto di amarmi, né di perdonarmi.

EME: So che hai in mente qualcosa: un’aquila non bruca. Quanto a me, non sono nelle condizioni di trattare. Ma ti restituirò sino all’ultimo centesimo. Non voglio avere debiti con nessuno, men che meno con te.

LEONE: Hai preso la decisione giusta.

Eme esce.

DIEGO: Ma padre! Trattarmi così! Di fronte a lei!

LEONE: Usa la testa, tieni a bada le emozioni, e non anteporre mai le ragioni del cuore a quelle della borsa. Tua sorella prenderà la rotta, la farà fruttare e fra un anno al massimo tratteremo Opelia senza di lei.

CASSITTA: Se posso permettermi, monsignore, l’illustre Machiavelli sarebbe fiero di voi.

LEONE: Il vostro illustre Machiavelli è morto povero.

 

Scena Quindicesima

Al porto di Calaris, Cadello si aggira sul ponte della nuova nave. Trambusto di marinai. Entra Eme.

EME: Buon giorno capitano. Pronti a salpare per Opelia?

CADELLO: Quale onore: l’armatore che affianca il comandante.

EME: È il primo viaggio, e non mi ritengo più armatore di quanto lo siate voi.

CADELLO: Allora siete a bordo in veste di comandante.

EME: Come posso chiedere al mio maestro di farmi da secondo? Voi rimarrete sempre e comunque il mio comandante, per cui sono costretta a fregiarmi del primo appellativo.

CADELLO: Ed io sono contento di lavorare per voi.

EME: Era il minimo che potessi fare per ripagarvi. E comunque, vi consento di darmi del voi solo in presenza dell’equipaggio.

CADELLO: Hai dunque fatto pace con tuo padre?

EME: Non è la pace: è una tregua. Lo conosco troppo bene. La nostra vita è costellata di lunghi conflitti e brevi riconciliazioni. Come posso spiegarvi? Immaginate un gatto che si trastulla con un topo. Lo blocca con una zampata, e quando quello smette di correre, tasta se è ancora vivo, e se non si muove ne cerca un altro. Quanto a me, tutto ciò che chiedo dalla vita è un poco di serenità. Piuttosto, avete trovato gli uomini che vi avevo chiesto di cercare?

CADELLO: Dovrebbero essere già qui. Il primo l’ho scovato in una bettola che faceva a pugni con gli avventori, l’altro l’ho tirato giù dal letto di un bordello, l’ultimo l’ho pescato all’angolo di una strada che implorava un piatto di minestra. Non capisco perché li hai voluti a bordo.

EME: Il destino mi ha sempre offerto una seconda occasione, nel bene o nel male. Ed io, per ripagarlo, non voglio esser da meno. Non siete d’accordo?

CADELLO: Quando il giovane parla da maestro, il vecchio deve tacere e ascoltare.

Entrano Anselmo, Tommaso e Gervaso, trafelati, coi fagotti sulle spalle.

ANSELMO: Perdonateci, mia signora. Perdonate anche voi, capitano. Abbiamo raccolto i nostri stracci in fretta e furia per non perdere l’imbarco.

TOMMASO: (baciando la mano di Eme) Grazie, mia signora, grazie. Erano mesi che nessuno ci prendeva con sé. Dubitavamo d’essere appestati a nostra insaputa.

GERVASO: Fidatevi: non vi deluderemo!

EME: Aspettate a contare la paga, prima di ringraziare. I primi tempi saranno duri, ho da ripagare questa carretta, e tutti dovremo tirare la cinghia.

ANSELMO: La mia l’ho tirata talmente tanto che, comunque vada, grazie a voi dovrò allentarla.

TOMMASO: Io una cinghia non l’ho mai indossata, figuratevi.

GERVASO: Ed io sono contento per una volta di non prenderla sulla schiena. Per cui, come vedete, siamo tutti vostri.

CADELLO: E allora che ci fate ancora qui? Ai vostri posti, canaglie.

I tre escono al volo. Entra Marisel, con la bimba in braccio.

MARISEL: Eccoci, mia signora, vi ho portato la bimba prima della partenza, come avevate chiesto.

EME: (prende in braccio la bimba, la bacia, la restituisce) Abbi cura di lei, mi raccomando. E tienila lontano dai miei fratelli e da mio padre. Anche se qualcuno dovesse tentarti col denaro.

MARISEL: Non temete, non correte alcun pericolo: a che serve il denaro a una come me? Ho raggiunto l’età in cui si baratta il denaro con l’affetto, e mi siete rimasta soltanto voi. Fate buon viaggio.

EME: Addio Marisel. (bacia la bimba) Addio anima mia, tornerò presto.

Marisel e Ginevra escono.

EME: (a Cadello) Lo dico io o lo dite voi?

CADELLO: È il primo viaggio. A voi l’onore.

EME: (grida ai marinai fuori scena) Due uomini al cabestano! Sollevate l’ancora! Issate le vele!

 

Scena Sedicesima

A Opelia, città d’Oriente. Eme e Cadello entrano nel lussuoso ufficio di Malhat, l’intendente al commercio. Lui va loro incontro, sorridente.

MALHAT: Benvenuti nel mio umile ufficio, gentili ospiti. Accomodatevi.

CADELLO: (si guarda intorno) Ciò che per voi è umile, Malhat, da noi è lusso sfrenato.

MALHAT: Non prestate caso alle formule di cortesia, capitano. È il profumo che ricopre il tanfo dei nostri  commerci. L’ipocrisia lubrifica gli ingranaggi della società che vuol dirsi civile. Non è così anche da voi?

CADELLO: Tutto il mondo è paese.

MAHLAT: Donna Eme, finalmente ho il piacere di conoscere la figlia di colui che è stato uno dei nostri più ricchi importatori.

EME: Conoscete mio padre? Sono sorpresa, non sapevo avesse già coperto la tratta di Opelia. Mi ha dato ad intendere che per lui era un nuovo commercio.

MALHAT: Immagino dunque che non v’abbia parlato del suo debito.

EME: Mi avete convocato per estinguere un debito di mio padre? Sappiate che io non lavoro per lui e non ho alcuna voce nei suoi affari, né diritti sul suo patrimonio.

MALHAT: Non allarmatevi, abbiamo raccolto le nostre informazioni. Eravamo solo curiosi di conoscere di persona la donna che, senza meno, ci renderà tutti più ricchi. Si parla bene di voi, e non dubito che la nostra intesa durerà a lungo.

EME: Vi ringrazio, lo spero anch’io. Ditemi, per curiosità: a quanto ammonta il debito di mio padre?

MALHAT: Nel vostro conio? Alla grossa, quattrocentomila cagliaresi.

EME: È una somma enorme.

MALHAT: Avevamo stoccato le merci giù al porto, in attesa delle navi di vostro padre. Navi che non sono mai arrivate, perché lui le aveva già vendute. Come potete immaginare, nell’attesa il carico è andato a male, e i produttori hanno chiesto il conto a quest’ufficio. I giudici stanno ancora dibattendo il caso, anche se io sono uomo di mondo, e confido di averli persi.

EME: Temo rimarrà un debito insoluto. Potrebbe saldarlo in qualsiasi momento, ma lasciar debiti è il modo che ha mio padre di tenere i creditori al guinzaglio. Mi dispiace per voi.

MALHAT: Lo confesso: ho sempre ammirato vostro padre. Esistono pochi uomini al mondo in grado di concludere un affare con lui senza avvertire all’atto della firma la sgradevole sensazione d’esser stati depredati. Lui ha elevato la pirateria a sublime forma d’arte, e l’ha spostata dai flutti dell’oceano ai corridoi delle banche.

EME: Anche voi siete un artista, Malhat: sulle vostre labbra le offese hanno parvenza di lodi.

MALHAT: (sorride) Vedete, per vendicare i torti subiti occorre essere più potenti del proprio nemico, ed io non lo sono, per cui tutto ciò che mi è concesso è fare buon viso a cattivo gioco: le persone che adesso disprezzo, domani potrebbero essere i miei migliori alleati.

CADELLO: Molto previdente.

MALHAT: (riempie i bicchieri) Ora, se non vi dispiace, volgiamo lo sguardo verso i lieti propositi: domani salperà il primo carico, che Allah lo protegga. Brindiamo al nostro accordo. Lunga vita e prosperità. Caralis e Opelia sempre alleate!

Brindano.

 

Scena Diciassettesima

Caralis, nell’ufficio di Leone Taras. Lui è dietro la scrivania. Dietro, Diego e Cassitta. Entra Eme.

EME: Signori.

LEONE: Accomodati, mia cara. La piccola Ginevra è in salute? Sta crescendo? Dovrebbe avere un paio d’anni, giusto? Parla già?

EME: Ti avevo pregato di non interessarti alle mie vicende personali.

LEONE: Perdonami, l’avevo dimenticato.

EME: Posso conoscere il motivo di questo incontro? Ho fatto rapporto al tuo avvocato due settimane fa, quanto t’ho restituito la sesta rata della nave.

LEONE: Giusto di questo volevo parlarti.

EME: Qualcosa che non va? L’intendente Malhat non fa che lodarmi, e a quanto ne so fa il bagno nell’oro guadagnato col nostro commercio.

LEONE: Va tutto a meraviglia, la tratta rende il triplo del previsto. Il fatto è che abbiamo pensato di cambiare i termini del nostro accordo. Tuo fratello ha rinegoziato la nostra posizione con la gilda degli armatori e quindi con l’intendente Malhat.

EME: Ebbene?

DIEGO: Da oggi con Opelia trattiamo direttamente noi.

EME: Noi chi?

DIEGO: La compagnia di Leone Taras.

EME: Non capisco. Che significa?

LEONE: Significa che ci riprendiamo la nave che ti abbiamo dato in prestito.

EME: In prestito? Me l’avevi data per occupare la tratta! Ed io te ne ho pagato la metà!

LEONE: Diciamo che la considero una quota d’interesse sull’utilizzo.

EME: Credi che Opelia voglia fare affari con te? Hai un debito, o l’hai dimenticato? Ed è anche piuttosto consistente.

DIEGO: Con Malhat ci siamo accordati: salderemo il debito e riprenderemo i nostri traffici.

CASSITTA: (porge ad Eme un documento) Ecco il contratto d’esclusiva che annulla il vostro, firmato dall’intendente.

EME: (legge il documento) Non posso credere che abbia fatto una cosa del genere. (getta il documento) Che uomo è un padre che manda in rovina la propria figlia? Tu non ti rendi conto della tua follia! E la cosa più grave è che nessuno di loro ha il coraggio di dirti che sei pazzo!

LEONE: Sai perché Perseu ha il naso storto?

EME: Perseu? Che c’entra Perseu? Stai vaneggiando!

LEONE: Te lo racconto io. Un giorno, quando eravamo due monelli di strada, Perseu mi confidò che il padre, per istruirlo ad affrontare la vita, lo mise sul primo gradino di una scala e disse: “Salta, che ti prendo”. Lui obbedì, e il padre lo afferrò al volo. Lo mise sul secondo gradino e gli fece cenno di buttarsi. Qui cominciava a temere l’altezza, ma poiché si fidava del padre, anche stavolta saltò tra le sue braccia. Quello lo mise sul terzo gradino e gli ordinò di saltare ancora, cosa che fece. Al quarto gradino il padre si scostò e lui finì sul pavimento, battendo la faccia e rompendosi il naso. Mentre sanguinava e piangeva, il padre lo rimise in piedi e disse: “Così impari: mai fidarti di un ebreo, neanche se è tuo padre”.

Tutti ridono, tranne Eme.

EME: (con disprezzo) Ci penserà il tribunale a stabilire chi ha ragione.

LEONE: Con un documento da sottoporre alla corte avresti udienza. Ma le parole volano.

DIEGO: Hai perso, Eme. Rassegnati.

Eme fa per uscire, ma si volta.

EME: Nonostante tutto, non riuscirete a farmi diventare come voi.

Esce.

 

Scena Diciottesima

Eme è di fronte al suo equipaggio, schierato sul ponte della nave ancorata al molo di Caralis: Cadello, poi Anselmo, Tommaso e Gervaso in prima linea. Dietro, i marinai.

EME: Lo sapete, ormai: il tribunale mi ha tolto questa nave. Com’è uso, mio padre ha ordito le sue trame, e ha vinto. Ogni individuo di questa città gli deve qualcosa: va a caccia coi giudici della corte, la maggior parte sono suoi amici, e di quelli che non sono amici ha comprato il silenzio. Ed io… evidentemente non sono abbastanza scaltra per fare il mio mestiere. Forse aveva ragione chi diceva che una donna deve stare a casa a rammendare, ma voi mi conoscete, e so che l’immagine di me coi calzini in mano vi suscita il buonumore. (risate sommesse) Vi ringrazio per aver condiviso con me il buono e il cattivo tempo, le vele spiegate e la bonaccia. Durante i nostri viaggi ho avuto modo di conoscervi, apprezzare le vostre virtù, ammesso ne abbiate, e detestare i vostri difetti. Di ognuno di voi conosco vita, opere e miracoli, manco foste dei santi, e so che mi mancheranno le vostre ciarle e le vostre risa. Il mio futuro è incerto, ma voi non dovete temere per il vostro: mio padre mantiene sempre l’equipaggio che ha fatto buon uso della sua nave. Tra poco saliranno a bordo i nuovi proprietari. Io non ci sarò, per cui rivelerete a loro le vostre intenzioni. Spero avremo occasioni più liete per rivederci. Buon vento.

Eme stringe la mano di Cadello, fa un cenno di saluto all’equipaggio ed esce. Gli uomini sono a capo chino, avviliti e in silenzio.

CADELLO: (all’equipaggio) Signori, ognuno di voi ha una famiglia e delle bocche da sfamare. Nessuno più di me comprende il momento, ma voglio esortarvi a pensare unicamente al vostro bene. Qualsiasi sia la vostra scelta, nessuno potrà biasimarvi, Donna Eme per prima.

Entrano Leone Taras, accompagnato Diego, da Cassitta, dal cancelliere del tribunale e da due soldati.

CANCELLIERE: (svolge una pergamena) In nome del Viceré di Sardegna, illustrissimo Juan Vives de Canyamás, barone di Benifayró, per ordine del tribunale di Castrum Calaris, si comunica che, a seguito della controversia tra messer Leone Taras e la di lui figlia Eme, vagliati tutti i documenti in possesso delle parti, e sentite tutte le testimonianze, si dispone che codesta nave debba essere considerata, a tutti gli effetti di legge, proprietà del qui presente messer Taras Giovanni Leone, cittadino emerito di Castrum Caralis, indi per cui: ogni bene che si troverà a bordo a partire da questo momento, compresi gli effetti personali che non verranno fatti sbarcare, sarà proprietà del summenzionato messer Taras. In data 13 aprile, anno del Signore 1624. Firmato: illustrissimo giudice Diego De Serra.

DIEGO: (si fa avanti) Grazie, cancelliere. Signori, la nave non cambierà i suoi traffici né la sua destinazione. Voi conoscete bene ogni legno e ogni cima di questa nave, e conoscete altrettanto bene la rotta per Opelia, per cui la compagnia dà a ognuno di voi l’occasione di rimanere a bordo. Ciò detto, adesso – uno per volta – partendo dal capitano e scendendo di grado, ognuno dichiarerà il proprio intento. Capitano, un passo avanti, dite il vostro nome e il vostro grado.

CADELLO: Capitano Francesco Cadello.

DIEGO: Capitano, volete rimanere a bordo in qualità di comandante?

CADELLO: (riflette in silenzio, poi) Messere, come attestano le rughe sulla mia fronte, ho raggiunto quell’età per cui sarebbe saggio per un uomo abbandonare il mestiere nelle mani di giovani capaci e di grandi ambizioni. Ho lavorato per voi a lungo, adesso ho messo da parte un gruzzolo tale da garantire una vita serena per me e la mia famiglia, sino alla mia dipartita. Ho deciso di abbandonare la navigazione e darmi alla vita contemplativa, alla preghiera e alla coltivazione di ortaggi, in particolar modo il carciofo, di cui sono ghiottissimo.

I marinai ridono.

DIEGO: La mia era una domanda seria, capitano.

CADELLO: Chiamo a testimoni i miei uomini: io non scherzo mai sui carciofi.

I marinai ridono. Leone avanza, e scosta indietro il figlio.

LEONE: Capitano, sapete bene che trovare un comandante valido la metà di voi e assemblare un nuovo equipaggio ci costerebbe una fortuna, per cui vi raddoppio l’offerta. E, beninteso, la raddoppio anche ai vostri uomini. (I marinai rumoreggiano). Quanto vi dava, mia figlia?

CADELLO: Non ricordo esattamente, monsignore. L’età mi gioca brutti scherzi.

LEONE: Badate al vostro tono. Fate la commedia per alzare il prezzo?

CADELLO: In verità non conosco il mio prezzo, messere. Dovreste chiedere a mia moglie, è lei che si occupa di queste cose.

I marinai ridono.

LEONE: Silenzio! Se credete che sarà facile ottenere nuovi incarichi alla vostra età, vi sbagliate di grosso.

CADELLO: Anche voi, se credete che ogni uomo abbia un prezzo. Alcuni uomini non sono in vendita, e quelli che lo sono, a mio parere non sono uomini.

LEONE: Risparmiatemi la vostra filosofia. Chi è il nostromo? Si faccia avanti.

Anselmo fa un passo avanti.

ANSELMO: Sono io, monsignore.

LEONE: Qual’era la vostra paga? La triplicherò.

ANSELMO: Monsignore, io e i miei compagni di ventura siamo molto sensibili alle questioni di denaro, non possiamo negarlo.

LEONE: Allora siete l’uomo che fa per me. Potrei addirittura proporvi come comandante in seconda. Cosa decidete?

ANSELMO: Il guaio è che il capitano Cadello qui presente ci ha implorato di aiutarlo con l’orto. Io, ad esempio, mi occuperò delle zucchine, il cambusiere è il nostro attendente alle cipolle, e l’ufficiale di rotta laggiù è il responsabile delle melanzane. (i marinai ridono) Il resto della ciurma ha un ortaggio a testa, per cui siamo dolenti, monsignore: a bordo di questa nave non rimarrà nessuno.

LEONE: (stizzito) Sgomberate la nave. (a Cassitta) Prendete i nomi: questi marinai non troveranno più lavoro a Caralis.

Leone esce, seguito dal resto del comitato.

TOMMASO: E per Donna Eme e il capitano Cadello…

La ciurma esclama tre volte urrà e lancia i berretti in aria.

 

Epilogo

Cimitero di Caralis. Marisel e Ginevra (ormai una ragazza) sono accanto alla tomba di Donna Ginevra. La ragazza ha una rosa in mano.

GINEVRA: E quindi tutto l’equipaggio si rifiutò di andare col nonno?

MARISEL: Tutti, dal primo all’ultimo. Vedi, quegli uomini volevano bene a tua madre, perché, nonostante la sua severità, lei li aveva sempre trattati, appunto, come uomini.

GINEVRA: E cosa è successo dopo?

MARISEL: Tuo nonno mise insieme un altro equipaggio, ma nel frattempo l’intendente Malhat venne allontanato, e Opelia non volle più trattare con la compagnia. Il capitano Cadello, Dio l’abbia in gloria, morì un paio di anni più tardi, se lo portò via il tifo. Grazie alla sua reputazione tua madre riuscì ad ottenere un prestito da una banca importante e comprò la sua nave più veloce: l’Azzurra Freccia. Richiamò il vecchio equipaggio e scelse Anselmo come comandante. Con quella nave trovò la rotta per Junda e guadagnò tanto da comprarne altre due. Quando acquistò la casa dove vivi ora, mi chiese di lasciare padron Leone e di seguirla. Da allora non vi ho più abbandonato. (dopo un silenzio) A che pensi?

GINEVRA: Penso alla nonna, alla sua vita. E a quello che ha passato la mamma. Marisel, tu credi davvero che il denaro sia capace di queste cose terribili?

MARISEL: Tesoro, il denaro illude gli uomini di poter disporre dell’anima altrui. Ma l’anima è come questo fiore: se ne recidi lo stelo si secca e muore. Perciò, se tu vuoi veramente bene a qualcuno, impara a lasciarlo libero d’essere ciò che è.

GINEVRA: Ma è proprio vero che sono nata su una nave, durante quella notte di tempesta a Làntia?

MARISEL: Io non c’ero, questo è ciò che mi ha raccontato tua madre. Non ci credi?

GINEVRA: Anche se non fosse del tutto vero, il tuo racconto era molto bello.

Un suono di sirena dal porto.

MARISEL: Si fa tardi, anima mia. È già l’imbrunire. La sirena annuncia l’Azzurra Freccia che rientra in porto. Tua madre sta tornando a casa. Facciamole trovare la cena pronta. Che ne dici, se la merita?

MARISEL: (sorride) Sì, credo di sì.

Ginevra deposita la rosa sulla tomba della nonna, quindi escono.

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