Illustrazione di Daniele Tomasi

Dove l’impossibile non esiste

 

Ogni giorno Zoe usciva da casa e la incrociava in giardino. Le piangeva il cuore a vederla in quello stato. Gli anni erano passati, la famiglia non se ne era più occupata e il tempo, implacabile, l’aveva fatta da padrone. Era invecchiata prima del tempo, non si muoveva più, parcheggiata sotto una tettoia, le cui pareti in cannicciato nulla potevano contro il vento, la pioggia, il freddo. Guendalina, la vecchia Fiat Cinquecento che la legava alla madre, venuta a mancare quando lei era appena maggiorenne, riposava sotto un mantello di ruggine. Il tettuccio aveva i lati incurvati, quasi a disegnare una smorfia; i paraurti opachi e tristi, che in tempi passati risplendevano al sole, erano rivestiti da un’orribile puntinatura e sembravano accettare il loro ineluttabile destino; la carrozzeria, o quello che ne restava, era di una tonalità arancione tendente all’ocra; dal cruscotto in lamiera, dello stesso colore, spuntavano orgogliose le piccole levette delle luci; il volante, dall’impugnatura sagomata e sottile, recava al centro il bottone Fiat, ovvero il clacson a trombetta sfiatata. Ma un particolare le faceva venire le lacrime agli occhi, perché la riportava indietro nel tempo: quello che gli appassionati chiamano “odore di Cinquecento”, il profumo degli interni, una particolarità che possiede solo quell’auto.

Guendalina aveva portato lei e i suoi fratelli al cinema, al mare, dai cugini, dai nonni. Aveva un carico emotivo così importante che, dopo la scomparsa della madre, né il padre né tantomeno i fratelli avevano avuto il coraggio di sbarazzarsene, ed era stata parcheggiata in giardino, e lì dimenticata.

Vederla in quelle condizioni provocava a Zoe un senso di colpa misto a impotenza, più acuto quando pensava al fatto che avrebbe voluto usarla come macchina degli sposi nel giorno delle sue nozze, alle quali mancava poco più di un mese.

Suo padre l’aveva scoraggiata da subito: — Zoe, ragiona: è un rottame, ti rendi conto quanto è difficile trovare un meccanico che ci sappia mettere le mani?

Ma Zoe era completamente sorda ai discorsi del padre. Lui non poteva capire cosa significava per lei andare a sposarsi con quell’auto. Sarebbe stato come avere sua madre accanto. Il suo giorno più bello condiviso con chi se n’era andata troppo presto.

Anche quella mattina, uscendo da casa per andare in ufficio, Zoe diede un’occhiata a Guendalina e poi via, verso la fermata dell’autobus, presidiata dalla solite facce conosciute. Tutte tranne una: seduto sotto la pensilina, un distinto signore dai capelli ricci e brizzolati  le sorrise, abbassando il capo in cenno di saluto.

L’autobus, carico di studenti e lavoratori, era puntuale. Zoe salì rapidamente, le porte si chiusero alle spalle e l’uomo col cappello restò seduto a guardarla mentre si allontanava.

Per Zoe la mattina passò uguale a tutte le altre, fino all’ora di pranzo, trascorsa alla tavola calda dietro l’ufficio, seduta di fronte alla vetrata che affacciava sulla via.

Il rumore improvviso di una frenata catturò la sua attenzione. La ragazza non vide alcun incidente, ma il distinto signore brizzolato era in piedi dall’altra parte della strada. Le sorrise ancora una volta, abbassando il capo in cenno di saluto. Poi scomparve dietro l’angolo. Il giorno successivo accadde esattamente la stessa cosa: l’uomo era sotto la pensilina dell’autobus. All’ora di pranzo lo scorse nello stesso punto del giorno prima. Lui le sorrise come sempre, abbassò il capo e girò l’angolo. Fu così pure l’indomani.

Il quarto giorno, incuriosita, Zoe decise di parlargli. Forse si conoscevano e lei non si ricordava. Un vecchio amico di suo padre? Inaspettatamente, quella mattina sotto la pensilina l’uomo non c’era e la ragazza ci rimase quasi male. All’improvviso un piccolo mulinello d’aria fece volteggiare delle foglie secche fino ai suoi piedi. Qui, un foglietto di carta giallo attirò la sua attenzione. Era un volantino pubblicitario.

“Autofficina Secci, dove l’impossibile non esiste!”

Nessun indirizzo. Solo un numero di telefono assai bizzarro: le ultime sei cifre, infatti, corrispondevano esattamente al numero di targa di Guendalina. Una coincidenza incredibile e un tempismo perfetto. Zoe mise il foglietto dentro la borsa, l’autobus arrivò alla solita ora e la inghiottì come la balena di Pinocchio.

All’ora di pranzo restò in ufficio e, nel silenzio della stanza deserta, decise di comporre il numero dell’autofficina.

— Autofficina Secci, buongiorno, — rispose una voce femminile allegra e squillante. — Stamane splende il sole ed è una bellissima giornata! C’è qualcosa di impossibile che possiamo fare per lei?

Zoe rimase ammutolita.

— P-p-pronto sì, buongiorno, ecco… Io avrei bisogno di un preventivo per la mia auto. È una vecchia Fiat Cinquecento, è messa molto male e non so se se sia possibile… — Non fece in tempo a finire la frase che la voce la interruppe.

— Qui l’impossibile non esiste!

La telefonata durò poco meno di due minuti. Zoe, ancora stordita, si rese conto di aver scritto automaticamente un indirizzo e un orario. Diede uno sguardo allo stradario e…. l’Autofficina Secci era esattamente dietro l’angolo che si poteva scorgere dalla vetrata della tavola calda. Lo stesso dal quale il distinto signore la salutava. “Le coincidenze cominciano a essere troppe”, pensò tra sé e sé.

All’uscita dall’ufficio si diresse a passo svelto verso la destinazione. Non si era mai accorta della presenza di un’autofficina, eppure lavorava in quella zona già da un po’. Com’era possibile? Girò l’angolo e prese a camminare lungo la via che andava restringendosi e rabbuiandosi sempre più. Il marciapiede a un certo punto sparì sotto un vecchio muro crollato per metà che rappresentava una sorta di confine invisibile tra la città e il piazzale dell’officina, totalmente illuminato a giorno. Per la terza volta la sua bocca si spalancò in un’espressione di stupore e incredulità: in quel grande spiazzo era parcheggiata una fiammante Fiat Cinquecento, di color grigio. Le cromature erano talmente lucide che ci si poteva specchiare, i piccoli tergicristalli perfettamente allineati, i sedili, di colore marrone, resi impeccabili dalle impunture di filo chiaro.

Il pensiero andò subito a Guendalina. Non le importava il prezzo: avrebbe pagato qualunque cifra pur di rendere nuovamente funzionante quella macchina.

— È  bella vero? L’ho rimessa a nuovo io.

Zoe si girò di scatto. Davanti a lei un ragazzo dall’aria simpatica la osservava attraverso un paio di occhiali che lasciavano intravedere un’espressione orgogliosa.

— L’hai rimessa in piedi tu? Questo è un lavoro da esperti!

— Piacere, io sono Diego, — rispose lui sorridendo.

— È da almeno un anno che cerco un meccanico in grado di rimettere in sesto la mia vecchia Cinquecento, — disse Zoe. — Tra l’altro lavoro qua vicino, ma non sapevo ci fosse un’officina da queste parti. Siete qui da molto?

— L’officina di mio padre è antica, ma siamo qui da poco, — rispose Diego facendo strada all’interno del capannone. — Diciamo che le persone ci trovano quando ne hanno bisogno.

Zoe si sentiva stordita ma seguì Diego senza fiatare. Tutto era lindo e luminoso: non una sola goccia d’olio imbrattava il pavimento.

— Viviamo in un mondo che tende a disfarsi del vecchio per sostituirlo col nuovo, — disse lui. — Noi invece non abbiamo mai abbandonato il lavoro artigianale, pur lavorando con le auto moderne. Io ad esempio sono un mago della centralina. Vedi questi scaffali?

Zoe vide un gran numero di strumenti perfettamente ordinati. Diego glieli mostrò tutti, spiegando dettagliatamente la loro funzione. Li chiamava i suoi “strumenti di diagnosi”. Centinaia di chiavi inglesi erano allineate in ordine di dimensione, con cura maniacale.

— Mio padre tiene molto ai suoi strumenti, — disse Diego. — Se gli manca una chiave sono guai.

Sembravano i ferri di un chirurgo, e in effetti, in una sala più ampia, una macchina d’epoca e un vecchio trattore erano in attesa d’essere operati da quelle mani esperte.

— Quello è il motore del trattore. Mio padre lo ha smontato e ora lo rimette a nuovo. Ci vuole tempo e passione, sai. La meccanica è un’arte.

Zoe ascoltava tutte le spiegazioni del ragazzo e notava nel suo sguardo una strana scintilla, quella che impreziosisce gli occhi di chi è orgoglioso del proprio lavoro e ne fa una missione.

Il giorno dopo la vecchia Guendalina venne trasportata all’interno dell’autofficina. Restò sotto i ferri per diciassette giorni. Come per incanto, la ruggine sparì, la carrozzeria tornò al colore originario e gli interni ripresero quel tipico profumo di Fiat Cinquecento. Quando Diego scostò il telone per mostrare il risultato, alla vista di quel gioiello Zoe non riuscì a trattenere le lacrime, e quando sentì lo scoppiettio del motore le sì riempì il cuore di gioia.

— Non so veramente come ringraziarvi. Mi avete reso la persona più felice dell’universo!

Zoe salì in auto e si diresse all’uscita, fantasticando sull’imminente matrimonio. Alzò lo sguardo verso lo specchietto retrovisore per un ultimo saluto a Diego. Accanto a lui, un uomo col cappello abbassava il capo in cenno di saluto. Alla ragazza parve di riconoscere il signore misterioso.

Poi la Cinquecento rallentò per imboccare la strada principale. Zoe guardò lo specchietto una seconda volta e frenò di botto. Si sporse dal finestrino: l’autofficina Secci non c’era più.

In quello stesso istante, in un’altra città (che potrebbe essere anche la vostra), il vento faceva arrivare ai piedi di un attempato signore un foglio di carta giallo, un volantino pubblicitario  che recava la scritta:

“Autofficina Secci, dove l’impossibile non esiste!”

Nessun indirizzo, soltanto un numero di telefono assai bizzarro: le ultime sei cifre corrispondevano, infatti, al numero di targa della sua vecchia Spider.

Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.