Illustrazione di Daniele Tomasi

Par Cinque

 

In un tardo pomeriggio d’autunno Valerio percorre un delizioso viale di castagni fermandosi a pochi metri da una panchina, dove un novantenne distinto, in abito bianco e bastone in radica, viso abbronzato e ben rasato, si gode gli ultimi scampoli di sole. Il vecchio osserva i ricci caduti ai piedi della panchina. Rivolta il bastone, calcola la traiettoria e ne colpisce uno fino a farlo rotolare dentro una buca.

— Maestro Lorenzo.

Il vecchio si volta e guarda l’uomo che, in controluce, gli sorride.

— Buonasera. Ci conosciamo?

— Maestro, sono Valerio.

— Valerio?

— Valerio Meli. Cagliari Golf Club.

— Cagliari Golf Club? Sì, lo ricordo. Un posto bellissimo, a un passo dal mare.

— Posso sedermi accanto a lei?

— Prego, accomodati pure.

— Grazie. E di me non si ricorda?

Il vecchio osserva i suoi lineamenti, cercando di associare un nome al volto.

— Valerio… Valerio…

— All’epoca ero un ragazzino.

— Eri il figlio del proprietario?

— No. Ero un allievo della sua accademia. La Golf Academy. Ho ancora negli occhi il cartoncino che distribuiva ai nuovi arrivati. Sul fronte c’era un dipinto con il Grande Triumvirato.

— Ma certo, il Grande Triumvirato. James Braid, Harry Vardon e John Henry Taylor. Che tempi. E che uomini.

— Già. Dei veri giganti. Ma anche lei, ai suoi tempi.

— Per carità, non dirlo nemmeno per scherzo. Ero un discreto giocatore, niente di più.

— Ma un insegnante eccezionale.

— Mi dispiace non ricordarmi di te, Valerio. Ultimamente ho problemi con la memoria. Raccontami un po’. Come ci siamo conosciuti?

— Beh, è passato tanto tempo. Quarant’anni, per la precisione.

— Quarant’anni. Una vita.

— Quando ci siamo conosciuti ero in prima media. Io e la mia classe eravamo in visita al club. All’epoca lei organizzava dimostrazioni e corsi per i più piccoli. Diceva che su cento bambini solo un paio si interessavano al golf. E dei due solo uno decideva di continuare.

— I bambini hanno sempre amato il calcio.

— Beh, io sono stato uno dei pochi che ha continuato. Ed è merito suo.

— Ognuno segue le proprie inclinazioni, io sono stato solo un tramite.

— Quel giorno ci portò sul campo a provare. Io non volevo esibirmi, ero molto timido, molto insicuro. A scuola mi prendevano in giro perché ero il più gracile e il più goffo. Al momento dello swing mi tremavano le mani, ero sudatissimo. Tutti avevano fallito il primo colpo, ed io ero certo che avrei fatto la stessa figura. Sapevo che i compagni attendevano il mio errore per umiliarmi, come sempre. Lei invece mi prese da parte. Lo fece solo con me, come se avesse intuito la mia difficoltà. Mi disse di escludere il resto del mondo, di concentrarmi sulla pallina e di considerare il bastone come l’estensione delle mie braccia. Mi mostrò come impugnarlo e disse: “Hai mai tenuto in mano un passerotto vivo? Non stringerlo così forte da ferirlo…”

— “…ma stringilo abbastanza da non farlo volare”. Lo disse Harry Vardon a Francis Ouimet il giorno che si incontrarono.

— Esattamente, — replica Valerio, sorridendo. — Poi impose alla classe di restare in silenzio e disse “prendi tutto il tempo che ti serve”. Io faticavo a concentrarmi, sentivo la pressione degli sguardi su di me. Sembravano tutti ostili, era una vera e propria sensazione fisica. Poi, non so come né perché, la mazza si mosse da sola. Si alzò e ricadde, colpendo in pieno la pallina e facendola finire a dieci centimetri dalla bandiera. Ci fu un’ovazione e una marea di applausi. Lei mi sollevò il braccio e disse pubblicamente: “abbiamo trovato la nuova Tigre dei Boschi!”. Fui travolto da un’incredibile corrente di energia, e in quel momento capii che il mio essere maldestro era dovuto alla mia emotività. Ma soprattutto capii che quel limite avrei potuto superarlo. Che ce la potevo fare.

— E sei rimasto in accademia?

— Non fu così semplice. Il giorno dopo lei telefonò a casa. In famiglia entrava uno stipendio, e tra l’attrezzatura e l’abbonamento mio padre era convinto di non farcela. Mi diceva “è uno sport per ricchi, non te lo puoi permettere”. Così lei ci convocò al club e trascorse un intero pomeriggio insieme a noi. Disse che credeva nel mio talento e che la spesa non sarebbe stata eccessiva. Poi per convincerlo gli raccontò della sua vita. Di come alla mia età avesse iniziato a frequentare il campo da golf accanto all’azienda agricola di suo padre, il fascino di quegli oggetti così semplici ma così pieni d’ingegno, il rumore dei ferri nella sacca. Raccontò di quando, appena diciottenne, chiese a suo padre di aiutarlo a diventare professionista, e di come lui le impose di laurearsi in economia. Ci raccontò dei suoi tanti lavori, sempre insoddisfacenti, e del ritorno al suo primo amore, la sua unica vera passione: il golf. Gli inizi della sua carriera di istruttore e soprattutto il giorno dell’esame finale su un par cinque, e quella strepitosa buca al quinto colpo, da trentacinque metri, che le valse la qualifica.

Maestro Lorenzo fissa l’orizzonte, e una lacrima gli riga la guancia. Prende il fazzoletto dal taschino e l’asciuga.

— E tu? Com’è stata la tua vita dopo l’accademia?

— Lei mi seguì per qualche anno, mi accompagnò nei primi tornei. È stato il mio caddie quando sono passato al professionismo.

Il vecchio sgrana gli occhi. – Sei diventato un professionista?

— Sì, grazie alla sua tenacia.

Lorenzo abbassa lo sguardo. — Mi dispiace, Valerio. Ho dimenticato tutto, perdonami. La mia testa non funziona come dovrebbe. Che è successo, dopo?

— Ho ottenuto qualche buon piazzamento, ma conta poco. Le cose davvero importanti sono quelle che ho imparato da lei e da questo meraviglioso sport. Educazione, controllo, perseveranza, stima in se stessi, rispetto della natura e dell’avversario. Forza mentale. Ricordo la frase che diceva sempre “Prima di battere il tuo avversario devi battere te stesso, la tua paura”. Io la mia l’ho battuta.

— Sono contento che mi abbia ricordato queste cose, – dice Lorenzo stringendo affettuosamente il braccio del giovane. — Ma come hai fatto a trovarmi qui? A riconoscermi?

— Un po’ di fortuna, credo.

Un rumore di passi, e poi alle spalle della panchina compare un ragazzo scuro con la divisa da infermiere. Picchietta il dito sull’orologio.

— S’è fatto tardi, — dice Valerio. — Devo andare, maestro. Spero di rivederla presto.

— Torna a trovarmi quando vuoi. Mi ha fatto davvero piacere parlare con te. La prossima volta voglio che mi racconti in dettaglio tutte le cose che abbiamo fatto insieme.

— Certamente. Le auguro una buona serata.

I due si stringono la mano e il vecchio segue Valerio con lo sguardo.

— Signore, è ora di cena, dobbiamo rientrare.

L’infermiere aiuta Lorenzo ad alzarsi, sorreggendolo per un braccio. Il vecchio ha lo sguardo ancora puntato verso l’angolo oltre il quale è scomparso il suo visitatore.

— Ahmed, hai conosciuto quell’uomo?

— È Valerio Meli, il suo allievo. Viene a trovarla ogni diciotto del mese, ma lei se ne dimentica ogni volta.

Sul viso di Lorenzo compare una smorfia di stupore. — Non è possibile.

— Mi dispiace, questa è la sua malattia. La prime volte vi ascoltavo sempre. Conosco a memoria la carriera di quell’uomo. È un vero campione. A diciott’anni ha vinto il campionato britannico per amatori. Decimo all’Open di Turnberry, Silver Medal per il miglior dilettante in gara. All’Open d’Italia è entrato nei primi venti. Al campionato di Wentworth è arrivato decimo. Secondo a Kuala Lumpur. All’open di Singapore ha vinto con un albatross.

— Un albatross? È impossibile.

— Adesso è un uomo molto ricco. Ha fatto una fortuna con gli sponsor. È lui che paga la sua retta in questa struttura, signore. Da poco ci ha staccato un assegno per dotare l’istituto di un impianto di minigolf. È merito suo, sa?

Il vecchio rallenta, si ferma di fronte all’ingresso dell’istituto e inizia a piangere. Poi mette una mano sulla spalla dell’infermiere.

— Ho bisogno di un favore, Ahmed. Scrivi questa storia. Voglio poterla leggere ogni giorno, così da riconoscere quell’uomo la prossima volta che viene a trovarmi.

— Mi dispiace, io non so scrivere in italiano.

Lentamente, il ragazzo guida il vecchio all’interno dell’edificio. Chiude il portone alle loro spalle, soffocando l’ultimo raggio di un sole che muore all’orizzonte dentro un alone amaranto.

— Io non so scrivere, signore. Ma conosco qualcuno che può farlo.